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“Solo una macchia”. E invece è una malattia terribile: morta così, rabbia e dolore

All’inizio c’era soltanto un segnale apparentemente marginale, una macchia sulla pelle che non lasciava intuire la portata di ciò che sarebbe emerso in seguito. Poi sono arrivati gli esami, i mesi trascorsi nell’attesa e un silenzio clinico che, secondo quanto ricostruito in sede giudiziaria, avrebbe avuto conseguenze profonde.

È una vicenda segnata dal dolore, quella di una donna che ha affrontato una grave malattia quando il tempo per intervenire poteva già essersi ristretto. Al centro del caso c’è un ritardo nella diagnosi, ritenuto determinante non tanto per affermare con certezza un diverso esito finale, quanto per valutare le cure e la qualità di vita della paziente.

La storia è approdata davanti al Tribunale di Parma che ha ora emesso un verdetto.

Ritardo nella diagnosi del tumore al colon: la vicenda

Per ricostruire quanto accaduto bisogna tornare al febbraio 2009. Dopo la comparsa dell’alterazione cutanea, la paziente venne sottoposta a diversi accertamenti, tra cui una Tac e un’ecografia dell’addome.

In quella fase, tuttavia, il tumore al colon non venne individuato. La diagnosi sarebbe arrivata soltanto il 31 luglio dello stesso anno, a circa cinque mesi di distanza dai primi controlli.

Un intervallo che, nel quadro esaminato dai giudici, non rappresenta una semplice successione di date. Secondo quanto emerso nel procedimento, l’anticipazione dell’individuazione della malattia avrebbe consentito di prendere in considerazione il percorso terapeutico in un momento differente.

Il referto Pet e gli approfondimenti mancati

Nella sentenza firmata dal giudice Marco Vittoria, il passaggio ritenuto centrale riguarda un referto della Pet. I consulenti tecnici nominati dal Tribunale hanno indicato proprio il mancato approfondimento di quell’esame come l’origine del ritardo diagnostico.

Secondo la valutazione peritale, il dato rilevato avrebbe dovuto richiamare l’attenzione del personale sanitario e portare a verifiche ulteriori. Una lettura più approfondita degli esami effettuati nei mesi precedenti, sempre secondo tale ricostruzione, avrebbe potuto permettere di riconoscere la neoplasia prima della fine di luglio 2009.

I periti non hanno stabilito che una diagnosi più precoce avrebbe certamente modificato le probabilità di sopravvivenza della donna. Il punto, però, è un altro e viene considerato cruciale: intervenire nei tempi appropriati avrebbe consentito di affrontare un possibile intervento chirurgico in condizioni cliniche più favorevoli, con un rischio contenuto.

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