
Ci sono passioni che non si limitano a riempire il tempo libero, ma diventano un linguaggio, un rifugio e una parte profonda della propria identità. In queste ore il mondo dello spettacolo e della danza è attraversato da un dolore composto ma intenso per la scomparsa di un uomo che, per una vita, aveva trasformato il ritmo in una presenza costante.
Tra piste illuminate, allenamenti, gare e amicizie nate passo dopo passo, aveva costruito un percorso fatto di entusiasmo e tenacia. La notizia della morte ha lasciato sgomenti quanti lo avevano incontrato negli anni: non soltanto appassionati e compagni di ballo, ma anche persone che ne avevano conosciuto la disponibilità e l’impegno nella comunità.

Matteo Coletto, l’addio che scuote il mondo della danza
Matteo Coletto, pluricampione italiano di danze caraibiche, si è spento a 76 anni nelle prime ore di giovedì mattina, poco prima delle cinque. Secondo quanto riportato, la sua scomparsa è arrivata dopo mesi segnati dalla malattia e da un lungo tentativo di cura.
Coletto era un volto noto soprattutto nell’universo della salsa cubana e della bachata, discipline nelle quali aveva ottenuto importanti risultati nazionali. Dietro i titoli e i riconoscimenti, tuttavia, resta il ritratto di una persona capace di coltivare legami solidi, mantenendo viva una passione che aveva accompagnato gran parte della sua esistenza.

La malattia e gli ultimi mesi di Matteo Coletto
La ricostruzione degli ultimi tempi restituisce l’immagine di una quotidianità improvvisamente cambiata. Lo scorso agosto, a quanto si apprende, a Matteo Coletto era stato diagnosticato un tumore: una notizia che aveva interrotto bruscamente abitudini, progetti e il rapporto con le attività che aveva sempre amato.
Non è possibile misurare dall’esterno il peso di un percorso simile, né ridurre a poche parole una battaglia così complessa. È noto, però, che il 76enne si era sottoposto a diverse terapie, mentre le sue condizioni si aggravavano fino all’epilogo che oggi addolora amici, conoscenti e l’intero ambiente della danza caraibica.
Abitava a Villanova dove viveva da solo con il suo gatto. Prima della pensione aveva lavorato come operaio alla Diwar di Villanova, dopo aver attraversato un periodo di cassa integrazione: una vita professionale portata avanti accanto a quella passione per il ballo che non aveva mai smesso di coltivare.
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