
Nello stesso anno arrivarono “Metti, una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi, “Il cervello” di Gérard Oury e “Sai cosa faceva Stalin alle donne?” di Maurizio Liverani. Il percorso continuò nel 1971 con “Una lucertola con la pelle di donna” di Lucio Fulci, “Giornata nera per l’ariete” di Luigi Bazzoni e “Il corsaro nero” di Lorenzo Gicca Palli. Nel 1972 recitò invece in “Afyon – Oppio” di Ferdinando Baldi.
La filmografia di Silvia Monti si arricchì successivamente con “Sono stato io!” di Lattuada, “Peccato d’amore”, “La mano spietata della legge” di Mario Gariazzo, “Il domestico” e “Milano: il clan dei calabresi”. Il momento destinato a consacrarla nell’immaginario del pubblico arrivò però nel 1974, quando Alberto Sordi la volle come coprotagonista di “Finché c’è guerra c’è speranza”, film da lui diretto e interpretato.
Monti vestiva i panni di Silvia, moglie di Pietro Chiocca, interpretato dallo stesso Sordi. Il personaggio gode del lusso e dell’elevato tenore di vita assicurati dagli affari del marito, impegnato in uno spregiudicato commercio internazionale di armi. Proprio quando la carriera era al culmine, l’attrice decise però di lasciare il cinema e allontanarsi dalla ribalta.
Nella vita privata sposò il conte veneziano Luigi Donà dalle Rose, dal quale ebbe due figli, Leonardo e Una. Dopo circa venticinque anni di matrimonio la coppia si separò nel 1994, mantenendo comunque un rapporto di reciproca stima. Tre anni più tardi, il 10 luglio 1997, arrivarono le seconde nozze con l’imprenditore Carlo De Benedetti.
La cerimonia con De Benedetti si svolse nel municipio di Torino alla presenza dell’allora sindaco Valentino Castellani e una fotografia dell’epoca immortalò gli sposi subito dopo il matrimonio. Successivamente la coppia si trasferì a Lugano, in Svizzera, dove Silvia Monti ha trascorso gli ultimi anni. Il loro legame è durato quasi tre decenni, vissuti perlopiù lontano da quell’esposizione pubblica che aveva accompagnato la breve ma intensa stagione cinematografica dell’attrice.