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Paolo Crepet, bordate contro Sanremo e Sal Da Vinci: viene giù tutto

“Abbiamo tolto ai giovani la frustrazione”

Un altro punto centrale è la sofferenza come motore del talento. Secondo Crepet, la società contemporanea avrebbe sottratto ai giovani la frustrazione, elemento che definisce “benzina dei neuroni”. È proprio la disfunzione, sostiene, a generare idee, intuizioni, arte.

L’assenza di conflitto e la ricerca ossessiva dell’ordine avrebbero prodotto una generazione più fragile e disorientata. In questa lettura, Sanremo diventa lo specchio perfetto di un’epoca che preferisce la sicurezza alla vertigine, la replica all’originalità.

I paragoni che fanno discutere: Lou Reed, Led Zeppelin e Sal Da Vinci

Crepet non si limita alle categorie astratte, ma entra nel merito musicale con paragoni destinati a far rumore. Vorrebbe giovani “che fanno l’amore sui divani ascoltando i Led Zeppelin e Stairway to Heaven”, evocando un’estasi che definisce sovraumana.

Poi l’affondo: “Dieci di quei cantanti non valgono un piede sinistro di Lou Reed”. E ancora: “Vorrei che all’Ariston qualcuno cantasse Perfect Day, ma Lou Reed è morto e il talento non si compra al supermercato”.

Nel finale arriva anche un riferimento diretto a Sal Da Vinci. “Se non sei religioso il divino lo trovi lì o nella voce di Tom Jones, non in Sal Da Vinci, con tutto il rispetto”, afferma, marcando una distanza netta tra ciò che considera grandezza artistica e la produzione contemporanea più popolare.

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Il talento come viaggio e rischio

Per Crepet il talento nasce dal viaggio, inteso come fatica, esposizione al fallimento, possibilità di “frantumarsi”. Senza quell’odissea personale non c’è mito, non c’è grandezza. Porta l’esempio di Federica Brignone, capace di conquistare l’oro dopo un percorso segnato da difficoltà psicologiche e fisiche.

È l’azzardo, sostiene, a separare chi entra nella leggenda da chi resta nella media. E in un’epoca che tende a proteggere, livellare e rassicurare, il rischio è di smarrire proprio quella scintilla che rende unica un’esperienza, un’opera, una voce.

Le sue parole, come spesso accade, dividono. Ma il messaggio è chiaro: senza conflitto, senza imperfezione e senza il coraggio di esporsi, la cultura rischia di trasformarsi in un esercizio di conformismo. E allora anche un palco iconico come quello dell’Ariston diventa, nella sua lettura, il simbolo di qualcosa di più grande.

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