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Vecchioni, il triste annuncio ai fan: “È forse l’ultima volta che canto”

Roberto Vecchioni e il messaggio dopo l’annullamento di Salerno

Come riportato da Il Fatto Quotidiano, dopo l’annuncio dello stop a Salerno era stato lo stesso Vecchioni a rivolgersi ai suoi fan attraverso i propri profili social. Il cantautore aveva spiegato il dispiacere per non poter partecipare all’appuntamento e aveva ricordato il suo legame con la città.

“Sono veramente dispiaciuto di non poter essere a Salerno per il Premio Charlot. – si legge sui profili social ufficiali dell’artista – Come tutti sanno amo la vostra città e il suo teatro. Purtroppo alla mia età, succede che a volte il fisico richieda una pausa che mi auguro sia più breve possibile. Spero infatti di tornare presto in un’altra occasione per incontrare il vostro meraviglioso pubblico. Un abbraccio e buon premio”.

Le preoccupazioni si inserivano in un quadro già delicato. Lo scorso maggio, ospite di Massimo Gramellini a In altre parole su La7, Vecchioni aveva raccontato di aver attraversato un momento particolarmente difficile dopo un malore accusato mentre guardava una partita di Champions League dell’Inter, la squadra del cuore. A quel malore era seguito un periodo di coma e quindi una graduale ripresa.

“Sto prendendo circa trentacinque medicine, non finisce mai. Ma mi sento molto meglio di prima anche perché ho smesso di fumare da quattro mesi” aveva raccontato nell’intervista.

Il passaggio da Salerno a Roma rende dunque ancora più significativo quello che il cantautore dice al pubblico del Brancaccio. Perché sul palco non c’è soltanto l’artista che torna a cantare: c’è anche un uomo che, dopo nuovi problemi fisici, sceglie comunque di rimettersi davanti al suo pubblico.

Roberto Vecchioni tra malattia, amore e il ricordo di Arrigo

«Per me questa è una bellissima serata, non ci avrei rinunciato per niente al mondo perché quando sarei dovuto venire qui un po’ di tempo fa ero in ospedale, con un tubo dentro la gola. E oggi che sono ancora convalescente ma anche tosto ho rimediato alla mia colpa tornando da voi».

La serata prende così la forma di un lungo racconto. Vecchioni parla della malattia con la sua consueta ironia, senza trasformare il concerto in una semplice cronaca delle proprie difficoltà. «Ero conciato malissimo. A un’infermiera un giorno ho chiesto: “Sto per morire?”. E lei: “Eh, prima o poi tutti dobbiamo morire”. Al che io ho sbottato: “Bella risposta del ca…o!».

Prima di Roma c’è stato anche un altro concerto a Milano, al quale il cantautore aveva invitato 23 persone dello staff del Fatebenefratelli, compresi quattro cardiologi. «Tre erano contrari a che io cantassi, il quarto invece pensava che avrei potuto farcela. E io ho seguito lui perché era il più simpatico e perché sono convinto che ciò che conta sia l’intenzione, il contenuto e non la forma».

Sul palco trovano spazio anche l’ironia sull’attualità, la stoccata al Campidoglio e il ricordo dell’amico Francesco Guccini: «Credo di essere l’unico autore di cui Francesco abbia cantato una canzone non scritta da lui».

Poi il tono cambia. Il centro della serata diventa il rapporto tra dolore e amore, con il ricordo del figlio Arrigo, morto suicida a 36 anni, e quello di Daria Colombo, al fianco di Vecchioni da 45 anni.

È proprio Daria a prendere per qualche minuto la parola per raccontare l’impegno della Fondazione Vecchioni contro le malattie mentali e contro lo stigma che ancora le circonda: «nella lotta contro le malattie mentali, che sono malattie come tutte le altre e non devono essere circondate dallo stigma. Nostro figlio mi diceva “mamma, mi vergogno”. Ecco questo non deve più accadere, le famiglie non devono essere lasciate sole come è successo a noi».

E alla fine torna la musica, quella che per Vecchioni sembra essere ancora una forma di resistenza. Chiamami ancora amore, Luci a San Siro e infine Samarcanda. È sulle note incalzanti di quest’ultima che il cantautore lascia lo sgabello e torna a cantare in piedi la storia del soldato che tenta di sfuggire alla morte. Una scena che, dopo gli ultimi mesi, assume un significato inevitabilmente più intenso.

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