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“È morto!”. Se ne va un pezzo di storia italiana

Dalle stragi al soprannome: una carriera al vertice

Una volta giunto alla presidenza della Prima sezione penale del Palazzaccio, Carnevale divenne il perno di processi che hanno scosso le fondamenta dello Stato. Nel 1985 la sua firma comparve sull’annullamento del mandato di cattura contro Yasser Arafat, allora accusato di traffico d’armi, ma furono le sue decisioni sui delitti di mafia a scatenare le polemiche più feroci. Annullò per ben tre volte l’ergastolo destinato all’esecutore materiale dell’omicidio del maresciallo Ievolella e rinviò in appello le condanne al carcere a vita inflitte a Michele e Salvatore Greco per l’uccisione del magistrato Rocco Chinnici. Anche il processo per la strage di piazza Fontana passò sotto la sua lente, tra annullamenti e rinvii che segnarono una stagione di profonda incertezza giudiziaria.

I suoi sostenitori hanno sempre difeso la sua figura, sostenendo che l’operato del giudice fosse mosso esclusivamente dalla tutela della presunzione di innocenza, principio cardine dello Stato di diritto. Al contrario, i detrattori leggevano in quel formalismo esasperato un ostacolo alla lotta contro la criminalità organizzata. Carnevale stesso dovette affrontare il sospetto infamante di un complotto ai suoi danni, alimentato, secondo la sua difesa, da mafiosi pronti a parlare a vanvera.Questa parabola lo portò a subire un processo per concorso esterno in associazione mafiosa, conclusosi con un’assoluzione definitiva dopo una condanna in secondo grado.

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