L’ipotesi dell’incidente non è stata esclusa
È proprio su questo punto che l’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita, invita alla prudenza. Secondo il legale, l’eventualità di un incidente deve rimanere tra quelle prese in considerazione dagli investigatori. Facciolla ha ricordato che, nei sette precedenti casi citati da Locatelli, gli avvelenamenti da ricina erano avvenuti accidentalmente e ha sottolineato come questa possibilità fosse stata valutata fin dall’inizio anche dalla difesa e dai suoi consulenti. Saranno soprattutto gli incroci tra le diverse analisi a poter fornire indicazioni decisive. Da una parte ci sono gli alimenti presenti nella casa e repertati subito dopo i fatti; dall’altra i 131 campioni raccolti a luglio. L’obiettivo è individuare, oppure escludere, il possibile veicolo attraverso il quale Antonella e Sara avrebbero assunto la ricina.

Gli oggetti che potrebbero restringere il cerchio
Un eventuale ritrovamento di tracce della sostanza su una stoviglia, un utensile o un altro oggetto della cucina potrebbe assumere un significato particolare. Ancora più rilevante sarebbe la presenza della ricina su un oggetto utilizzato da una sola persona, diversa dalle due vittime, oppure sugli indumenti dei componenti della famiglia rimasti in vita. In quel caso gli investigatori avrebbero un elemento concreto in più da mettere a confronto con il resto dell’inchiesta. Per ora, tuttavia, i risultati non sembrano aver individuato pubblicamente un responsabile e l’indagine resta aperta.
Le 200 testimonianze e la pista delle relazioni nascoste
Parallelamente alle analisi scientifiche, la Squadra mobile di Campobasso ha raccolto circa 200 testimonianze. Tra le persone ascoltate più recentemente c’è anche un’insegnante di matematica, amica da anni di Gianni Di Vita. La donna è stata convocata nuovamente in Questura una domenica mattina, dove è rimasta per quasi quattro ore. Era già stata ascoltata ad agosto e successivamente aveva partecipato anche a un confronto con Gianni Di Vita.
Gli investigatori hanno inoltre ascoltato il marito della docente, tecnico di laboratorio presso l’Istituto Agrario di Riccia, la stessa scuola nella quale lavora la donna. Proprio nell’ambiente scolastico sarebbero state analizzate anche le ricerche effettuate sui computer riguardanti la pianta dalla quale si ricava la ricina. Tra le piste investigative considerate c’è quella delle relazioni nascoste. Secondo Matteo Guidotti, esperto del Cnr di Milano, per ottenere e trattare una sostanza tossica come la ricina sono necessarie conoscenze specifiche, anche se per cercare informazioni o materiali sulla sostanza non sarebbe indispensabile ricorrere al dark web.