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“Contenta che lei lo difenda”. Caso Siher, Meloni massacra così il giornalista di Repubblica

Caso Siher, il confronto tra Meloni e il giornalista di Repubblica

Nel corso della conferenza stampa, Giuseppe Colombo ha chiesto conto alla presidente del Consiglio delle affermazioni pronunciate nel video dedicato alla scarcerazione di Siher. Meloni ha riconosciuto che il tempo verbale impiegato non descriveva correttamente la successione degli eventi richiamati.

La premier ha tuttavia precisato che la correzione formale non cambia, secondo la sua lettura, gli elementi posti alla base della sua dichiarazione. Si tratta di una distinzione che ha riportato l’attenzione sul contenuto dell’ordinanza e sull’indagine che riguarda il trentenne.

«Sono molto contenta che lei ci tenga a difendere questa persona. Effettivamente nel video io ho sbagliato il tempo di un verbo perché il tempo del verbo che avrei dovuto usare, mi perdoni, era delle manifestazioni che avevano portato alle devastazioni, invece ho sbagliato effettivamente il verbo e ho detto che hanno portato alle devastazioni. Ciò non toglie che Youssef Siher, come lei sa, era indagato, c’è scritto nell’ordinanza del giudice, esattamente per quello che io ho detto. Quindi ho sbagliato il tempo di un verbo, mi scuso, sono contenta che lei ci tenga a difenderlo», ha dichiarato la premier.

Il riferimento della presidente del Consiglio riguarda dunque le manifestazioni già svolte e le devastazioni citate nel suo intervento. L’errore ammesso da Meloni è riferito esclusivamente alla forma verbale, mentre la sua posizione sulle circostanze riportate nell’ordinanza resta invariata.

La scarcerazione di Youssef Siher e il video della premier

La polemica sul caso Siher è iniziata dopo la diffusione di un video in cui Meloni aveva definito «vergognosa» la decisione del Gip del Tribunale di Milano di disporre la scarcerazione del trentenne. Nel testo di riferimento, Siher viene indicato come figura legata alla pagina social «Movimento 17 ottobre».

Il provvedimento giudiziario e il commento della premier hanno alimentato una discussione più ampia. Da un lato, il governo ha richiamato il lavoro svolto per prevenire il ripetersi di episodi di devastazione; dall’altro, sono emerse critiche sui toni impiegati per valutare pubblicamente una decisione della magistratura.

Meloni ha respinto l’interpretazione secondo cui il video costituisse un attacco ai giudici. La presidente del Consiglio ha spiegato di voler difendere l’attività delle persone impegnate nella tutela dell’ordine pubblico e nella prevenzione di nuovi disordini.

«Non vedo quello che ho detto come un attacco, ma come una difesa del lavoro che conosco di tutti i servitori dello Stato che hanno lavorato con enorme dedizione per evitare che si ripetesse quello che avevamo visto il 17 ottobre e non si è ripetuto e mi dispiace che quel lavoro venga vanificato», ha affermato.

La valutazione espressa dalla premier resta quindi sul piano politico. Non coincide con le motivazioni giuridiche che hanno portato alla scarcerazione, le quali rientrano nella competenza dell’autorità giudiziaria e nelle procedure previste dall’ordinamento.

Meloni e Anm, le critiche sui toni del dibattito

Nella risposta a Colombo, Meloni ha affrontato anche le osservazioni dell’Anm. La premier ha contestato che le sue dichiarazioni sul caso possano essere considerate un attacco alla magistratura, sostenendo invece di avere il dovere di difendere chi, secondo la sua ricostruzione, ha lavorato per impedire nuovi episodi di violenza.

«Non pare che sia scomposto dirlo, mi pare che scomposto sia altro, tipo dire ‘chi non salta la Meloni è’ (il riferimento ai giudici che esultarono dopo la vittoria dei No al referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia, ndr), non sono i miei toni e non sono i miei metodi ma ho il dovere di difendere che ho visto fare da tanta gente perché vogliamo difendere la gente perbene dalla devastazione che abbiamo visto».

Il passaggio fa riferimento agli episodi di esultanza attribuiti ad alcuni magistrati dopo l’esito del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Meloni ha richiamato quel precedente per evidenziare, secondo la sua posizione, che il confronto sui linguaggi istituzionali deve riguardare tutte le espressioni pubbliche rivolte alla politica e alla magistratura.

Il tema resta delicato perché coinvolge poteri distinti dello Stato. Le critiche politiche a un provvedimento giudiziario fanno parte del dibattito pubblico, ma non incidono sull’accertamento dei fatti e delle eventuali responsabilità, che spetta alla magistratura.

Caso Siher, cosa resta da chiarire nella vicenda

Lo scambio in conferenza stampa ha chiarito il punto sollevato sulla formulazione del video: Meloni ha riconosciuto l’uso errato di un tempo verbale e si è scusata per l’imprecisione. Allo stesso tempo, ha confermato la sostanza della sua critica rispetto alla scarcerazione di Youssef Siher.

Restano distinti due piani: il contenuto dell’ordinanza del Gip di Milano e il giudizio politico espresso dalla presidente del Consiglio. L’esistenza di un’indagine, infatti, non equivale a una condanna e non consente di considerare accertate responsabilità penali fino al completamento delle procedure giudiziarie.

La discussione prosegue quindi tra il merito del provvedimento, il video della premier e i limiti del linguaggio istituzionale. Il caso Siher continua a porre al centro il rapporto tra critica politica, informazione e rispetto delle decisioni della giustizia.

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