
Tragedia di Capodanno: il ponte sanitario
Il trasferimento verso l’Italia è stato possibile dopo la riattivazione del ponte aereo sanitario, inizialmente sospeso fino a martedì, perché le autorità elvetiche avevano classificato gli ultimi cinque dei tredici feriti italiani presenti nell’elenco ufficiale della Farnesina come “non trasportabili”. La situazione di estrema pressione sugli ospedali svizzeri ha però reso necessario rivedere l’organizzazione delle cure, consentendo, appena possibile, lo spostamento di alcuni pazienti verso strutture estere specializzate, tra cui l’ospedale Niguarda di Milano.
Al momento del rientro in Italia, Sofia e Francesca sono state ricoverate nel centro grandi ustionati del Niguarda, una delle principali strutture europee dedicate alla cura di pazienti con lesioni da ustione gravi. Le giovani riportano ustioni rispettivamente sul 50% e sul 40% della superficie corporea e risultano le pazienti in condizioni più serie tra i nove italiani presi in carico dal reparto dall’inizio del nuovo anno. Entrambe sono sottoposte a trattamenti intensivi e ad una costante valutazione clinica da parte dell’equipe multidisciplinare composta da anestesisti, chirurghi plastici, infermieri specializzati e psicologi.
Il quadro complessivo degli ospedali svizzeri coinvolti nella gestione dell’emergenza di Crans-Montana è stato descritto dalle autorità sanitarie come estremamente critico. Il bilancio provvisorio parla di quaranta persone decedute e 121 ustionati in un Paese che dispone di un’unica burn unit specialistica, situata a Zurigo. Tale squilibrio tra numero di pazienti e posti disponibili ha imposto un rapido coordinamento con altre strutture internazionali, tra cui diversi ospedali italiani, per garantire il proseguimento delle cure intensive ai feriti più gravi.
In questo contesto, non appena si sono create le condizioni di stabilità clinica necessarie per affrontare viaggi aerei o su mezzi attrezzati, i pazienti sono stati trasferiti verso gli ospedali individuati come idonei. È in questo quadro che si inserisce il rientro in Italia di Francesca e Sofia, accompagnate nel percorso dai familiari e da personale sanitario specializzato nel trasporto di grandi ustionati. La gestione del loro caso è seguita con attenzione anche dalla Farnesina e dalle autorità regionali lombarde, in costante contatto con i referenti elvetici.
Il gruppo di amici del liceo Virgilio e il ritorno a scuola
Sofia e Francesca non condividono soltanto la stessa età, ma anche lo stesso percorso scolastico: entrambe frequentano la terza D del liceo Virgilio di Milano, una classe in cui si trovano anche Leonardo Bove e Kean Kaizer Talingdan. Il legame tra i quattro si è consolidato durante gli anni di scuola, tra lezioni, attività extrascolastiche e progetti comuni. Per il periodo di Capodanno, avevano deciso di trascorrere alcuni giorni in montagna tutti insieme, ospiti nell’abitazione di famiglia di Francesca a Crans-Montana, per festeggiare l’arrivo del nuovo anno in un contesto festoso e spensierato.
Il liceo Virgilio, una volta ricevute le prime conferme ufficiali sul coinvolgimento dei propri studenti nell’incendio, ha predisposto una serie di misure di supporto per l’intera comunità scolastica. Alla riapertura delle lezioni, fissata per mercoledì 7 gennaio, la dirigenza ha annunciato la presenza di psicologi a disposizione degli studenti delle varie classi e l’organizzazione di incontri dedicati ai genitori e ai docenti. L’obiettivo è quello di offrire ascolto, sostegno e strumenti di gestione emotiva in una fase segnata da preoccupazione, incertezza e forte impatto psicologico.
La notizia della tragedia ha avuto un’ampia eco tra gli studenti e il personale della scuola, che si sono trovati a fare i conti con l’assenza improvvisa di compagni e allievi conosciuti da anni. Le iniziative di accompagnamento psicologico sono state indicate come fondamentali per permettere a ragazzi e adulti di affrontare in modo strutturato il ritorno alla quotidianità scolastica, pur nella consapevolezza che i percorsi di cura e riabilitazione dei feriti saranno lunghi e complessi.
Alla vacanza in Vallese avrebbero dovuto partecipare anche altri due compagni di classe, che però hanno deciso di rinunciare all’ultimo momento a causa di un’indisposizione e di altri impegni sopraggiunti. Una scelta che, alla luce di quanto accaduto, ha tracciato destini molto diversi all’interno dello stesso gruppo scolastico. Se da un lato ci sono le famiglie di Sofia e Francesca, che seguono con apprensione l’evoluzione delle condizioni delle figlie affidate alle cure specialistiche del Niguarda, dall’altro vi sono le famiglie degli altri due ragazzi, che hanno evitato di trovarsi nel luogo dell’incendio solo per una circostanza fortuita.
Le condizioni di Leonardo e Kean e le ricerche negli ospedali svizzeri
Parallelamente al rientro in Italia di Sofia e Francesca, i familiari di Leonardo Bove e Kean Kaizer Talingdan hanno vissuto ore di grande incertezza tra ricerche, contatti con le autorità e attesa di riscontri ufficiali. Leonardo, calciatore nel ruolo di attaccante nella formazione Under 17 della società sportiva Franco Scarioni 1925 di Milano, risultava tra i feriti fin dalle prime ore successive alla tragedia, ma la localizzazione precisa del suo ricovero non è stata immediata. I genitori hanno visitato diversi ospedali svizzeri, in coordinamento con la Farnesina, nel tentativo di rintracciarlo e di avere conferme sul suo stato di salute.
Per quanto riguarda Kean Kaizer Talingdan, la conferma ufficiale è arrivata ieri: il sedicenne risulta essere uno dei due cittadini italiani ricoverati presso l’ospedale universitario di Zurigo che non erano ancora stati identificati con certezza. La gestione dei pazienti in condizioni critiche, spesso sedati e intubati, ha reso molto complesso il processo di riconoscimento. Per questo le autorità sanitarie elvetiche, in collaborazione con le istituzioni italiane, hanno richiesto ai familiari il prelievo di campioni di Dna.
La procedura di identificazione attraverso l’analisi genetica si è resa necessaria non solo per i feriti ma anche per alcune delle vittime del rogo, quando le condizioni fisiche non consentivano un riconoscimento visivo. I genitori dei giovani hanno quindi affrontato quella che viene descritta come una vera e propria “lotteria crudele ma inevitabile”, con il prelievo di materiale biologico finalizzato ad attribuire con precisione un nome a ciascun paziente ricoverato e ai corpi delle persone decedute.
“Non possono parlare perché sono sedati e intubati e hanno il viso coperto dalle bende a protezione delle ustioni”, ha spiegato ieri l’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso, dopo aver accompagnato il prefetto di Milano Claudio Sgaraglia nell’incontro con i genitori dei ricoverati. Le parole dell’assessore descrivono la gravità delle condizioni cliniche di molti pazienti, per i quali la priorità resta la stabilizzazione generale e la protezione delle aree del corpo interessate dalle ustioni, in attesa di successivi interventi chirurgici ricostruttivi.
I parenti dei due feriti meno gravi arrivati al Niguarda il 1° gennaio, che nel frattempo sono stati estubati, hanno potuto intrattenere brevi conversazioni con loro, ottenendo indicazioni rassicuranti su una progressiva ripresa. Gli altri genitori, assistiti da un team composto da cinque psicologi messi a disposizione dall’ospedale, sono consapevoli che, per quanto la situazione dei propri figli sia molto seria, non si trovano nel contesto più difficile rappresentato dal lungo e complesso percorso di identificazione tramite Dna che riguarda altri nuclei familiari colpiti dalla tragedia.
L’impegno dell’ospedale Niguarda e la rete di collaborazione internazionale
Nel frattempo, l’Ospedale Niguarda di Milano ha predisposto un piano straordinario per far fronte al massiccio afflusso di ustionati legato all’incendio di Crans-Montana. Come spiegato dal primario del pronto soccorso, Filippo Galbiati, le sale operatorie lavoreranno ininterrottamente per tutto il fine settimana per garantire gli interventi chirurgici necessari ai pazienti ricoverati nel centro grandi ustionati. Si tratta di operazioni complesse e ripetute nel tempo, che includono la rimozione dei tessuti necrotici, gli innesti cutanei e la prevenzione delle infezioni, elementi cruciali per migliorare la prognosi.
I posti letto della burn unit del Niguarda, una delle più grandi d’Europa, sono stati ulteriormente aumentati rispetto ai 16 normalmente attivi, così da poter accogliere nuovi pazienti sia italiani sia stranieri. La Confederazione elvetica ha infatti richiesto il supporto di strutture sanitarie di altri Paesi per far fronte all’elevato numero di feriti che necessitano di cure altamente specialistiche. In questo ambito, l’ospedale milanese si è reso disponibile ad accogliere altri cittadini svizzeri, oltre agli ultimi tre italiani individuati come trasferibili, tra i quali rientra anche Kean.
La selezione dei pazienti candidabili al trasferimento è stata effettuata da una task force inviata dal Niguarda in Svizzera, composta da medici e infermieri esperti nella gestione di emergenze complesse. Il loro compito è stato valutare le condizioni cliniche dei feriti, stabilire quali potessero affrontare il viaggio verso l’Italia in sicurezza e coordinare i dettagli logistici del trasporto, in stretta sinergia con i servizi di emergenza elvetici e con le autorità diplomatiche.
Il caso di Crans-Montana ha evidenziato l’importanza della cooperazione internazionale nel campo della medicina d’urgenza e della gestione delle catastrofi. Paesi con una capacità limitata di posti letto in reparti specializzati, come quello svizzero per quanto riguarda le grandi ustioni, possono infatti contare sul supporto di strutture di altri Stati membri dell’Unione Europea e non solo, attraverso accordi bilaterali e reti di collaborazione già attive. Il trasferimento dei pazienti in Italia, tra cui i giovani amici del liceo Virgilio, rientra in questo quadro di intervento coordinato.
Per le famiglie di Sofia, Francesca, Leonardo e Kean, si apre ora un periodo caratterizzato da una lunga attesa, scandita dalle notizie fornite quotidianamente dai medici e dagli operatori sanitari. La prognosi per i grandi ustionati è spesso riservata per tempi prolungati, poiché il decorso può essere influenzato da molteplici fattori, tra cui l’estensione delle lesioni, la risposta alle terapie, la comparsa di eventuali complicanze e la resistenza fisica del paziente. Le famiglie restano al loro fianco, affidandosi alle competenze delle équipe ospedaliere impegnate nella loro cura.