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Crans-Montana, l’annuncio choc del medico sui giovani ustionati: cosa succede adesso

Le parole sugli interventi di chirurgia plastica

Queste considerazioni assumono particolare rilievo nel caso dei pazienti più giovani, come i ragazzi coinvolti nella strage di Crans-Montana, per i quali la prospettiva non riguarda soltanto la guarigione clinica, ma anche la ripresa di un progetto di vita che comprenda studio, lavoro, relazioni sociali e autonomia personale. La chirurgia, in questa ottica, è strettamente collegata al concetto di identità: recuperare la possibilità di usare le mani, di respirare e parlare correttamente, di muovere il collo e il volto diventa un passaggio essenziale per tornare a presentarsi agli altri e a sé stessi in modo dignitoso. Dal punto di vista pratico, gli interventi di chirurgia plastica che i ragazzi ustionati dovranno affrontare possono essere numerosi e distribuiti nel tempo. Nei casi di ustioni estese, si ricorre spesso a innesti cutanei, prelievi di tessuto da aree del corpo meno danneggiate, utilizzo di medicazioni avanzate e, quando possibile, a tecniche più recenti come i sostituti dermici o l’ingegneria tissutale.

Ogni procedura ha l’obiettivo di coprire le superfici esposte, ridurre il rischio di infezioni, migliorare l’elasticità dei tessuti e prevenire, per quanto possibile, retrazioni cicatriziali che potrebbero limitare i movimenti o compromettere funzioni essenziali.

Interventi al Niguarda e fasi del percorso clinico

Per i feriti ricoverati presso l’ospedale Niguarda, il decorso clinico è scandito da tappe progressive, spesso descritte in termini di “piccoli passi”. Dal primo gennaio, i sanitari lavorano con l’obiettivo prioritario di salvare la vita dei pazienti, intervenendo sulle complicanze immediate legate alle ustioni estese, come lo shock, le infezioni e i problemi respiratori. “Dal primo gennaio, per alcuni dei feriti ricoverati al Niguarda, il futuro è fatto di “piccolissimi passi”: la priorità assoluta è salvare la vita, ma senza perdere di vista ciò che verrà dopo. “C’è una fase acuta in cui bisogna garantire la sopravvivenza. Poi una fase post-acuta in cui si lavora sulla qualità della vita. Ma questa divisione è solo schematica”, osserva Longo. “In realtà le due fasi sono fuse: anche quando sei nella fase acuta e devi rimuovere i tessuti necrotici prodotti dalle altissime temperature, devi già pensare a una ricostruzione che possa essere seguita nel tempo”.

La distinzione tra fase acuta e fase post-acuta, evidenziata da Longo, aiuta a comprendere come le decisioni chirurgiche debbano essere prese con una visione a lungo termine. Nella fase iniziale, i medici si concentrano sulla stabilizzazione dei parametri vitali, sulla gestione delle infezioni e sull’eliminazione dei tessuti non vitali (detersione chirurgica). Tuttavia, già in questa fase vengono pianificate le successive tappe di ricostruzione, calibrando l’estensione degli interventi, la selezione delle aree donatrici per gli innesti e la protezione delle strutture anatomiche fondamentali per il movimento e l’espressione. Una volta superata la fase più critica, il lavoro si sposta progressivamente verso il miglioramento della qualità della vita del paziente. Questo significa non solo continuare con gli interventi di chirurgia ricostruttiva, ma anche avviare precocemente fisioterapia e riabilitazione per evitare la rigidità delle articolazioni, ridurre le retrazioni cicatriziali e mantenere, per quanto possibile, una buona mobilità. Nei reparti specializzati, fisioterapisti, logopedisti e terapisti occupazionali collaborano con i chirurghi per costruire percorsi personalizzati, adattati all’età, alle condizioni cliniche e alle esigenze future dei ragazzi.

Il recupero, inoltre, non riguarda soltanto gli aspetti fisici. Per molti dei giovani coinvolti nel rogo di Crans-Montana, sarà necessario un sostegno psicologico strutturato, volto ad affrontare sia il trauma dell’evento sia l’impatto delle modificazioni corporee. Accettare le cicatrici, adattarsi a un nuovo aspetto e rielaborare quanto accaduto richiede spesso un lungo lavoro con psicologi e psichiatri specializzati in psicotraumatologia. Nei centri che trattano grandi ustioni, è ormai consolidata la presenza di équipe multidisciplinari che includono figure sanitarie dedicate al supporto emotivo dei pazienti e dei loro familiari.

Veduta esterna dell'area di Crans-Montana interessata dalla tragedia
Ritratto del professor Benedetto Longo, esperto di chirurgia plastica ricostruttiva

Cicatrici, identità e limiti della chirurgia

Un elemento centrale, sottolineato da Benedetto Longo, riguarda l’inevitabilità delle cicatrici. Nei casi di ustioni gravi, che possono interessare anche il 50% della superficie corporea, non è possibile azzerare del tutto gli esiti visibili e funzionali. “Eppure, c’è un punto che Longo considera fondamentale chiarire, sia sul piano clinico sia su quello psicologico: nessuno può aspettarsi di cancellare le conseguenze di ustioni estese, fino al 50% del corpo. La cicatrice resta. Inevitabilmente. Per quanto si possa fare, per quanto si possa guarire, l’esito non può essere azzerato. Ecco perché questi percorsi durano anni: non si parla di cancellare totalmente gli esiti, non è possibile. Si parla di ridurli, di gestirli, di trasformarli in qualcosa che permetta una vita dignitosa”, ha detto.

In termini clinici, ciò significa che la chirurgia plastica ricostruttiva mira a ottenere il miglior risultato possibile, pur consapevole dei limiti imposti dall’estensione e dalla profondità delle ustioni. Le cicatrici possono restare ispessite, retraenti o discromiche, richiedendo nel tempo ulteriori interventi di revisione, trattamenti con laser, applicazioni di tutori compressivi e terapie farmacologiche locali. Il percorso può durare anni e alternare fasi di stabilizzazione a momenti in cui si rendono necessari nuovi interventi per migliorare funzionalità ed estetica. Dal punto di vista dell’identità personale, il tema delle cicatrici visibili è particolarmente delicato nei pazienti adolescenti e giovani adulti, per i quali l’immagine corporea assume un peso centrale nelle relazioni sociali e nell’autostima. In questi casi, la chirurgia si intreccia strettamente con il supporto psicologico: imparare a convivere con i segni dell’ustione, trovare strategie di adattamento e, quando possibile, valorizzare i risultati ottenuti con gli interventi diventa parte integrante del percorso di cura.

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