Il trasferimento dal Niguarda al Policlinico di Milano e il ruolo della Regione
In questo scenario complesso, uno dei ragazzi che era stato inizialmente ricoverato presso l’ospedale Niguarda di Milano è stato trasferito nella giornata di ieri al Policlinico di Milano, in via Sforza. Si tratta di un passaggio deciso dopo una valutazione multidisciplinare, che ha tenuto conto dell’evoluzione del quadro respiratorio e delle competenze specifiche delle singole strutture. “Una decisione collegiale frutto della collaborazione, attivata sin dal primo momento dell’emergenza, tra i migliori specialisti del nostro sistema sanitario regionale”, spiega Palazzo Lombardia in una nota ufficiale.
Per alcuni dei pazienti giunti in Lombardia con il ponte aereo, la criticità più evidente resta l’estensione delle ustioni, che in taluni casi raggiungono fino al 60% della superficie corporea e richiedono interventi complessi di chirurgia plastica, medicazioni avanzate e monitoraggio intensivo. Nel caso di questo ragazzo, invece, l’elemento clinicamente più delicato riguarda la grave insufficienza respiratoria sviluppatasi in seguito all’inalazione massiccia di fumi e sostanze tossiche sprigionate dall’incendio.
I fumi tossici inalati durante il rogo, secondo quanto riportato, hanno ulteriormente compromesso un quadro respiratorio già fragile, poiché il paziente risulta affetto da asma. La sovrapposizione tra patologia preesistente e danno acuto ai polmoni ha reso necessario il ricorso a una struttura con esperienza consolidata nella gestione delle forme più severe di insufficienza respiratoria, in grado di attivare rapidamente tecniche avanzate di supporto alla funzione polmonare.
Palazzo Lombardia ha sottolineato che la scelta del trasferimento al Policlinico è stata assunta nell’interesse esclusivo del paziente, valutando attentamente rischi e benefici. La decisione si inserisce in un percorso di presa in carico condivisa tra Niguarda, Policlinico e gli altri ospedali coinvolti, all’interno di una rete regionale già sperimentata in altre situazioni di maxi-emergenza e di eventi con un alto numero di feriti gravi.
Perché è stato scelto il Policlinico: competenze in insufficienza respiratoria ed Ecmo
Il trasferimento al Policlinico di Milano è collegato in modo diretto all’elevato livello di specializzazione di questo ospedale nel trattamento delle forme acute e gravissime di insufficienza respiratoria. In particolare, la struttura è un riferimento per l’impiego della metodica Ecmo (Extra Corporeal Membrane Oxygenation), considerata una delle terapie di ultima istanza per i pazienti con compromissione polmonare così estesa da non poter essere gestita con la sola ventilazione meccanica convenzionale.
“Si tratta di una tecnica che permette ai polmoni di ‘riposare’ e guarire — spiega Andrea De Gasperi, già direttore di Anestesia e rianimazione 2 al Niguarda —. Il sangue viene prelevato dal circolo, pompato in una macchina che lo ossigena e poi reimmesso nel paziente£. Grazie a questo sistema extracorporeo, l’ossigenazione del sangue viene garantita da un circuito esterno, consentendo ai polmoni gravemente danneggiati di non essere sottoposti a ulteriori stress e di avere il tempo necessario per recuperare, laddove possibile.
L’Ecmo richiede personale altamente formato e una costante sorveglianza multidisciplinare, che coinvolge anestesisti-rianimatori, cardiochirurghi, infermieri specializzati e tecnici perfusionisti. Il Policlinico milanese vanta una lunga esperienza nella gestione di quadri respiratori particolarmente complessi, maturata in contesti diversi, dalle gravi polmoniti alle complicanze respiratorie post-operatorie e alle insufficienze respiratorie refrattarie osservate anche durante la pandemia da Covid-19.
Nel caso dei feriti di Crans-Montana, la combinazione di ustioni e danni da inalazione dei fumi rende la situazione clinica ancora più delicata. Non si tratta solo di una ridotta capacità di scambio gassoso, ma di un vero e proprio insulto chimico-fisico alla mucosa bronchiale e al tessuto polmonare, che può determinare edema, infiammazione diffusa e, nei casi più gravi, insufficienza respiratoria acuta. Il ricorso a una struttura con grande dimestichezza nell’uso dell’Ecmo è quindi considerato un passaggio chiave per offrire al paziente le migliori chance di recupero.

Il quadro respiratorio e l’impatto delle sostanze tossiche inalate
“I danni polmonari sono probabilmente legati anche al tipo di sostanze tossiche inalate, che si sovrappongono alla patologia asmatica”, aggiunge De Gasperi, richiamando l’attenzione sull’effetto combinato tra il fumo denso sviluppatosi nell’ambiente chiuso e la preesistente fragilità bronchiale del paziente. In contesti come quello di Crans-Montana, le alte temperature e la combustione di arredi, materiali plastici e rivestimenti possono generare un mix di sostanze irritanti e tossiche, tra cui monossido di carbonio, cianuri e altri composti nocivi per le vie respiratorie.
Nei pazienti asmatici, l’inalazione di questi fumi tossici può determinare una marcata broncocostrizione, un’infiammazione acuta delle vie aeree e un rapido peggioramento della funzione respiratoria, con necessità di intubazione e ventilazione assistita. L’aggressione chimica alle strutture polmonari può inoltre provocare un danno diretto all’epitelio bronchiale e agli alveoli, con rischio di edema polmonare e sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), quadri che richiedono una gestione intensiva prolungata.
La valutazione delle lesioni da inalazione non si limita ai primi momenti dopo l’incidente, ma prosegue nei giorni successivi, quando possono comparire complicanze tardive. Per questo motivo, i team di rianimazione e di pneumologia dei centri ospedalieri lombardi stanno monitorando costantemente i parametri respiratori dei pazienti, ricorrendo quando necessario a broncoscopie, esami radiologici e test di funzionalità polmonare per adattare le terapie di supporto.
Nel caso del ragazzo trasferito dal Niguarda al Policlinico, l’elemento che ha spinto a questo passaggio è stata la progressione della insufficienza respiratoria, considerata gestibile in modo più appropriato in un reparto con lunga esperienza nell’uso di tecniche avanzate come l’Ecmo. Le condizioni vengono descritte come gravi, ma i sanitari sottolineano che la presa in carico è tempestiva e che i protocolli di trattamento sono consolidati.

Gli altri feriti: numeri, reparti coinvolti e possibili nuovi spostamenti
Gli altri undici ragazzi arrivati in Lombardia con il ponte aereo dalla Svizzera rimangono al momento ricoverati all’ospedale Niguarda. Secondo le informazioni diffuse, sei di loro sono attualmente in Rianimazione, seguiti dai team di terapia intensiva per la gestione delle funzioni vitali e delle complicanze respiratorie e infettive, mentre cinque sono presi in carico dal Centro ustioni, struttura di riferimento per il trattamento dei grandi ustionati a livello regionale.
I casi ricoverati nel Centro ustioni presentano ustioni che, in alcuni pazienti, interessano fino al 60% del corpo. Ciò comporta un percorso terapeutico articolato, che va dal controllo del dolore alla stabilizzazione emodinamica, dalla prevenzione delle infezioni alle procedure chirurgiche ricostruttive. Le equipe multidisciplinari stanno lavorando su piani di trattamento personalizzati, con l’obiettivo di preservare quanto più possibile la funzionalità degli arti e degli organi, riducendo il rischio di esiti invalidanti.
Non viene esclusa la possibilità di ulteriori trasferimenti in altri ospedali, qualora le condizioni cliniche dei pazienti lo rendano opportuno o se dovesse emergere la necessità di avvicinare i feriti ai luoghi di residenza per favorire il percorso di recupero a medio-lungo termine. La prossima settimana, ad esempio, Eleonora, una veterinaria di 29 anni originaria di Cattolica, potrebbe essere trasferita in una struttura della Romagna, più vicina alla famiglia e al proprio contesto di vita quotidiana, una volta che la situazione clinica sarà ritenuta sufficientemente stabile.
Dalle informazioni fornite dalla Regione emerge inoltre che è poco probabile l’arrivo di ulteriori pazienti a Milano, sia al Niguarda sia al Policlinico. Le autorità sanitarie precisano tuttavia che la disponibilità delle strutture lombarde a supportare eventuali nuove richieste rimane aperta, nel quadro della collaborazione con le autorità svizzere e con il sistema di emergenza-urgenza nazionale, qualora si rendesse necessario un ulteriore sforzo di accoglienza.

Il coordinamento tra Svizzera e Italia e le prospettive di cura
Il grave incidente di Crans-Montana ha richiesto fin dall’inizio un forte coordinamento tra le autorità sanitarie svizzere e italiane. La definizione dei posti letto disponibili in terapia intensiva, la scelta dei centri per le ustioni e la programmazione dei trasferimenti sono avvenute in stretto contatto tra le centrali operative del 118, le direzioni ospedaliere e i referenti regionali per le maxi-emergenze. Questo modello di collaborazione transfrontaliera ha permesso di dare una risposta organizzata a un evento improvviso con molti feriti gravi.
Per i pazienti ricoverati in Lombardia, le prossime settimane saranno decisive. Il percorso clinico dei grandi ustionati e dei pazienti con gravi lesioni respiratorie è infatti spesso lungo e complesso, scandito da fasi di stabilizzazione, eventuali interventi chirurgici, riabilitazione respiratoria e recupero funzionale. Le equipe dei reparti di rianimazione, chirurgia plastica, pneumologia e fisioterapia lavoreranno in sinergia per accompagnare i giovani coinvolti in questo incidente lungo tutte le tappe dell’ospedalizzazione.
L’attenzione rimane alta anche sul fronte psicologico e sociale. Pur non essendo questo l’aspetto al centro delle comunicazioni ufficiali, i professionisti coinvolti sottolineano l’importanza di un supporto continuativo, sia per i pazienti sia per le famiglie, chiamate ad affrontare un evento traumatico e un decorso di cura che può protrarsi per mesi. I servizi di psicologia ospedaliera e di assistenza sociale sono stati attivati per offrire ascolto, informazione e orientamento rispetto alle diverse fasi del ricovero.
Per quanto riguarda la prognosi, i sanitari mantengono un profilo di comunicazione prudente, ricordando che ogni caso è diverso e che l’evoluzione clinica dipende da molteplici fattori: estensione delle ustioni, entità del danno da inalazione, condizioni di salute preesistenti e risposta individuale alle terapie. Al momento, le strutture coinvolte ribadiscono di essere pienamente operative e di continuare a garantire ai ragazzi feriti a Crans-Montana l’accesso a tutte le risorse disponibili, incluse le tecniche più avanzate come l’Ecmo, con l’obiettivo di offrire le migliori possibilità di recupero.
La situazione resta in evoluzione e non si escludono ulteriori aggiornamenti nelle prossime ore e nei prossimi giorni, man mano che i medici completeranno le valutazioni e adatteranno i percorsi di cura alle condizioni specifiche di ciascun paziente.