Cure complesse e dolore costante
Dal punto di vista clinico, le operazioni chirurgiche sono sospese per alcuni giorni, ma Manfredi resta sottoposto a procedure quotidiane molto impegnative, in particolare il cambio delle medicazioni. Una routine lunga e dolorosa: per ogni paziente servono quattro infermieri e l’intervento può durare anche due ore. Per affrontare queste procedure è necessario un uso consistente di farmaci antidolorifici e sedativi. Il dolore è intenso e persistente. Nonostante le terapie già in corso, Manfredi continua a chiedere altre medicine per riuscire a sopportare la sofferenza. È un aspetto centrale del trattamento, che richiede un monitoraggio continuo.
Un altro limite alla comunicazione con i genitori è la mascherina per l’ossigeno che il ragazzo deve ancora indossare. Le vie respiratorie e i polmoni sono danneggiati, una condizione comune anche agli altri feriti ricoverati al Niguarda. Proprio il coinvolgimento delle vie aeree è uno degli elementi più critici segnalati dai bollettini medici, ancora prima delle ustioni. Per questo, per parlare con Manfredi i genitori devono avvicinarsi molto. Ma, come sottolinea il padre, «almeno ora possiamo parlargli». E questo segna un cambiamento profondo anche sul piano emotivo.

Una nuova fase per la famiglia
Il trasferimento nel centro ustioni ha modificato anche l’organizzazione della vita familiare. «In terapia intensiva al mattino non potevamo entrare», spiega Umberto. «Ora invece è possibile e ci stiamo organizzando per garantire a nostro figlio tutto il supporto di cui ha bisogno». Nei prossimi giorni anche il fratello di Manfredi andrà a trovarlo. È l’inizio di una nuova fase, ma la battaglia è tutt’altro che conclusa. La paura è che il quadro possa peggiorare improvvisamente, come già accaduto ad altri feriti. Alcuni avevano mostrato segnali di miglioramento per poi tornare indietro. Il caso più recente è quello di Lorenzo Riva, trasferito al Policlinico dopo essere stato estubato e poi reintubato d’urgenza. Oggi è assistito da un polmone artificiale e da un farmaco di ultima generazione.
La strada per Manfredi resta lunga. Ma quelle prime domande, sussurrate dopo due settimane di silenzio, sono diventate un segnale potente: la vita, lentamente, sta tornando a farsi sentire.