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Crans Montana, la verità atroce su com’è morto Achille: “Lo ha fatto davvero”

Le conferme degli amici presenti e la dinamica del rientro

Le parole dello zio trovano riscontro nelle testimonianze dei coetanei che si trovavano con Achille al momento dell’incendio. Tra questi, un ruolo centrale viene attribuito a Giuseppe Giola, uno dei primi giovani soccorsi e successivamente trasportati all’ospedale Niguarda di Milano. Secondo quanto riferito, Achille era al suo fianco quando è riuscito a uscire all’esterno del locale dopo l’inizio del rogo. Giola avrebbe raccontato che, una volta all’esterno, il sedicenne si sarebbe guardato attorno, prendendosi un istante per rendersi conto della situazione complessiva. In quel momento avrebbe pronunciato poche parole, esprimendo la volontà di tornare giù per verificare che tutti fossero effettivamente al sicuro. Nonostante gli inviti a desistere, il ragazzo avrebbe compiuto la scelta di rientrare nel locale, ormai fortemente compromesso dall’incendio.

Questo dettaglio contribuisce a descrivere Achille Barosi come un giovane lucido e consapevole, non spinto da comportamenti imprudenti. La sua decisione appare collegata all’osservazione concreta di chi mancava all’appello, più che a una reazione istintiva. Le circostanze, tuttavia, hanno reso quella scelta letale, poiché all’interno la situazione era peggiorata in maniera significativa in un arco di tempo estremamente ridotto. Lo zio del ragazzo ha inoltre precisato che risultano infondate le prime ipotesi circolate nelle ore successive alla tragedia, secondo cui il sedicenne sarebbe rientrato nel locale per recuperare un oggetto personale. Questa versione viene esclusa con decisione: la motivazione del rientro viene ricondotta al tentativo di aiutare una ragazza del gruppo, e non alla volontà di prendere effetti propri o beni materiali lasciati all’interno.

Immagini delle vittime italiane coinvolte nell'incendio di Crans-Montana

Il profilo personale di Achille Barosi e i suoi interessi

Dalle testimonianze dei familiari emerge un quadro preciso della personalità di Achille Barosi. Il sedicenne frequentava il liceo artistico alle Marcelline di Milano e nutriva un forte interesse per il disegno e la progettazione. Il suo obiettivo dichiarato, come ricordato dallo zio, era quello di diventare architetto, seguendo idealmente la tradizione familiare legata alla figura del bisnonno Osvaldo Borsani, noto architetto e designer.

Oltre alla dimensione scolastica, viene sottolineato il suo carattere riflessivo e la curiosità intellettuale che lo portava a coltivare passioni specifiche. Tra queste, una particolare attenzione per le monete antiche, interesse che condivideva con il nonno. Questa attività, svolta in famiglia, viene descritta come momento di confronto e dialogo tra generazioni, indice della maturità del ragazzo e della sua predisposizione all’ascolto. Le descrizioni offerte dai parenti insistono sulla sua capacità di ponderare le decisioni e di valutare con attenzione le situazioni, un tratto che secondo i familiari non si concilia con l’idea di un gesto superficiale o motivato da leggerezza. Proprio per questo motivo, la famiglia respinge con fermezza le interpretazioni che riducono il suo rientro nel locale a un atto imprudente o motivato da ragioni futili. L’ultima occasione di serenità condivisa con i genitori risale a Santo Stefano, quando la famiglia aveva trascorso insieme una serata al cinema. Pochi giorni dopo, la partenza per la vacanza in montagna, destinata a concludersi con l’incendio di Crans-Montana, ha interrotto in modo definitivo la quotidianità di un nucleo familiare molto unito, che aveva riposto grandi aspettative nel futuro del figlio unico.

Veduta di Crans-Montana dopo l'incendio del locale

Il contesto della tragedia di Crans-Montana e le indagini in corso

La morte di Achille Barosi si inserisce nel quadro più ampio della strage di Capodanno a Crans-Montana, un evento che ha coinvolto numerosi giovani, molti dei quali italiani, presenti nel complesso turistico per festeggiare l’arrivo del nuovo anno. L’incendio è divampato in un locale situato in una zona frequentata da turisti e ragazzi in vacanza, trasformando in pochi minuti una serata di festa in una situazione di grave emergenza. Secondo le informazioni diffuse dalle autorità svizzere, l’intervento dei soccorsi è scattato in tempi rapidi, ma la rapidità di propagazione del rogo e la concentrazione di persone all’interno hanno reso molto complesse le operazioni di evacuazione. Molti ragazzi sono rimasti intrappolati nei locali interni, esposti ai fumi e alle alte temperature, mentre altri sono riusciti a raggiungere le uscite di sicurezza e a mettersi in salvo. Le indagini in corso puntano a chiarire con precisione l’innesco dell’incendio, le eventuali responsabilità gestionali e la conformità delle strutture alle norme di sicurezza vigenti. In particolare, gli inquirenti stanno analizzando i sistemi di allarme, le vie di fuga, la presenza di materiali infiammabili e il comportamento del personale presente al momento della tragedia. Tali accertamenti risultano fondamentali per ricostruire in modo completo la sequenza degli eventi che hanno portato alla morte di più persone, tra cui il giovane milanese.

In questo contesto, le testimonianze come quelle di Giuseppe Giola e degli altri sopravvissuti assumono un ruolo di rilievo. I racconti dei presenti consentono infatti di integrare gli elementi tecnici con la percezione diretta di chi si è trovato a vivere in prima persona l’emergenza, offrendo una prospettiva essenziale per comprendere la dinamica dell’evacuazione e le condizioni in cui si trovavano le persone all’interno del locale nei diversi momenti dell’incendio.

Il dolore dei familiari e la dimensione collettiva del lutto

Il lutto che ha colpito la famiglia Barosi viene descritto dai parenti come un dolore senza misura. Achille era figlio unico e la sua morte ha lasciato un vuoto profondo che coinvolge almeno tre generazioni: i genitori, i nonni e i familiari più stretti. Lo zio Michele Rescigno sottolinea come la perdita non abbia solo un impatto privato, ma sia diventata un evento sentito anche al di fuori del contesto familiare, trasformandosi in un dolore condiviso da un’intera comunità. «È come se fossero figli di tutti», afferma lo zio, facendo riferimento non solo ad Achille, ma all’insieme dei ragazzi coinvolti nell’incendio di Crans-Montana. Le immagini diffuse dai media, i racconti delle famiglie e la giovane età delle vittime hanno infatti suscitato una forte reazione emotiva nell’opinione pubblica italiana, che ha seguito con attenzione gli sviluppi della vicenda fin dai primi momenti.

Le scuole frequentate dalle vittime, le comunità locali di provenienza e le città coinvolte hanno organizzato momenti di raccoglimento e commemorazione, in segno di vicinanza ai familiari. Nel caso di Achille Barosi, il liceo artistico che frequentava e gli ambienti a lui più vicini hanno espresso cordoglio e partecipazione, ricordando il ragazzo attraverso messaggi, iniziative e testimonianze che ne tracciano un ritratto coerente con quello descritto dalla famiglia. La diffusione delle notizie su questa tragedia ha alimentato anche una riflessione più ampia, a livello sociale e istituzionale, sulla sicurezza dei luoghi di intrattenimento frequentati dai giovani, sulle procedure di emergenza e sulla necessità di prevenire il ripetersi di eventi simili. Nell’intervista a Repubblica, lo zio di Achille Barosi definisce la storia del nipote come una vera e propria lezione di vita, in particolare per gli adulti. Il riferimento è al valore di concetti come solidarietà e altruismo, che spesso vengono evocati in modo astratto ma che, in questo caso, appaiono concretamente incarnati nella scelta del ragazzo di tornare all’interno del locale per aiutare un’amica.

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