
Quando l’incredulità e lo sgomento travolgono all’improvviso il quotidiano di un’intera comunità, il tempo sembra fermarsi di colpo, lasciando spazio a un silenzio carico di dolore e interrogativi. Non ci sono preavvisi di fronte a eventi capaci di devastare la serenità di un territorio, spezzando legami profondi e lasciando cicatrici indelibili nel cuore di chi viveva quei luoghi giorno dopo giorno. Mentre le autorità lavorano senza sosta nel tentativo di ricomporre un quadro umano e drammatico estremamente complesso, il senso di smarrimento si diffonde rapidamente tra le vie di una realtà dove tutti si conoscevano, rendendo difficile persino trovare le parole per elaborare un lutto così improvviso e profondo.

Si chiamavano Daniele Baruzzo, Paola Siri e Mattia Baruzzo le vittime della strage familiare di Finale Ligure, in provincia di Savona. Daniele, il papà, secondo una prima ricostruzione, avrebbe sparato alla moglie Paola e poi al figlio 15enne Mattia. Infine ha rivolto l’arma, una pistola, contro di sé per togliersi la vita. L’uomo, 59 anni, era impiegato nel settore dell’automotive, mentre la moglie era libera professionista. Secondo quanto appreso, l’uomo avrebbe scritto una lettera che è stata ritrovata, sul cui contenuto gli inquirenti mantengono stretto riserbo: la missiva conterrebbe i motivi del gesto. Sconcerto e profonda tristezza si respirano in paese dove la coppia era molto conosciuta, mentre il figlio giocava in una squadra di calcio locale di Finale Ligure. Un drammatico episodio in cui uomo, donna e figlio di 15 anni sono stati trovati morti in casa, richiamando l’orrore come a Pietralata nella ricostruzione per cui «Il papà ha ucciso entrambi, poi si è sparato».
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