Il 4 ottobre diventa festa nazionale
La decisione parlamentare sul 4 ottobre introduce una nuova ricorrenza nel calendario civile: la giornata dedicata a San Francesco d’Assisi. Sul piano numerico, l’effetto è l’aumento del totale delle festività nazionali riconosciute, al netto della Pasqua. Tuttavia, per il 2026 l’effetto pratico sarà limitato: il 4 ottobre cadrà di domenica. Questo significa che, pur essendo riconosciuto come giorno festivo, non produrrà automaticamente un ponte o un giorno libero aggiuntivo per molti lavoratori.
Parallelamente, il 2 novembre torna al centro del dibattito come possibile giorno festivo. Si tratta della commemorazione dei defunti, ricorrenza dal forte valore simbolico e culturale, che in passato è già stata oggetto di interventi normativi.
Il tema non è nuovo: nel 1977, con la legge 54 promossa dal governo guidato da Giulio Andreotti, alcune festività furono eliminate per contenere quella che veniva indicata come una “negativa incidenza sulla produttività”. Tra le ricorrenze coinvolte figurava anche l’Epifania, in seguito ripristinata.
Oggi la discussione si riapre in un contesto economico diverso ma ancora segnato da un quadro di crescita definito debole da più osservatori. Per questo, la valutazione sull’eventuale ritorno del 2 novembre riguarda sia il profilo sociale sia quello organizzativo per imprese e servizi pubblici.

Il nodo dei costi per imprese e Stato
Sul fronte economico, la discussione è alimentata dalle stime richiamate da Confindustria. Lucia Aleotti, vicepresidente dell’associazione, ha ribadito la centralità del significato della data, ma ha definito “sbagliata e fuori tempo” la scelta di renderlo festivo.
Secondo i dati citati da Aleotti, ogni nuovo giorno festivo comporterebbe un costo di circa 3 miliardi di euro per le imprese, connesso alla riduzione dell’attività produttiva e alle difficoltà di gestione dei turni e delle consegne. A questa voce si aggiungerebbe un ulteriore miliardo di euro per la pubblica amministrazione, legato alla contrazione dei servizi erogati.
Nel dibattito entra anche il confronto con gli altri Paesi: l’Italia rischierebbe di collocarsi tra le nazioni europee con più festività, superando realtà come Francia, Spagna e Germania (che si collocano in un intervallo tra 10 e 12 giornate), mentre il Regno Unito risulta fermo a 8.
Per il 2026, tuttavia, l’impatto concreto sulle pause potrebbe rimanere contenuto: anche la nuova festività del 4 ottobre cadrà di domenica. Una circostanza che, pur aumentando il numero dei festivi riconosciuti, non si traduce automaticamente in un ponte aggiuntivo, confermando un anno che, sul piano delle sospensioni lavorative e scolastiche, resta complessivamente poco favorevole.