Ingrid Bergman, Martin Scorsese and Isabella Rossellini in Rome photograph by Umberto Pizzi (1978). pic.twitter.com/KnmVvrf9Ac
— Marco (@MarcoDo79682721) November 4, 2025
Umberto Pizzi, da Pavarotti a Rita Levi Montalcini fino alla Roma Cafonal
Nel corso della sua carriera Umberto Pizzi ha fotografato la Prima, la Seconda e la Terza Repubblica, attraversando generazioni di politici e cambiamenti profondi nella società italiana. Ma il suo obiettivo non si è mai fermato ai palazzi della politica. Il suo archivio comprendeva anche Pavarotti, divi del cinema, imprenditori e protagonisti della mondanità romana.
Pizzi si definiva, in qualche modo, un fotografo antropologo. Era convinto che osservare una persona significasse riuscire a coglierne l’essenza, distinguendo la sostanza dalla rappresentazione. “I personaggi carismatici sono quelli che spandono una certa luce. Per esempio Rita Levi Montalcini”.
E proprio parlando di questa capacità di riconoscere il carisma raccontava un episodio ambientato a un gala organizzato dalla Montedison al Teatro dell’Opera, dove erano presenti figure come Craxi e Pavarotti. In mezzo alla folla aveva notato un uomo anziano che non conosceva: “Tanti anni fa la Montedison organizzò un gala al Teatro dell’Opera dove davvero c’era tutto il mondo, da Craxi a Pavarotti. Poi scorsi tra la folla un signore piccoletto, coi capelli bianchi e un vestito da sera che mi sembrò un po’ rimediato. Non avevo la più pallida idea di chi fosse ma emanava quella luce lì. Allora chiesi chi fosse: era Albert Sabin, lo scopritore del vaccino contro la poliomelite”.
La stessa curiosità lo accompagnava davanti ai nuovi protagonisti della politica. Il giudizio poteva essere ironico, ma il rapporto con i personaggi restava diretto: “Vogliono tutti essere qualcosa quando invece non lo sono. Ma amano essere fotografati anche quando fingono di no”.
Negli ultimi decenni, anche grazie al sodalizio con Roberto D’Agostino e Dagospia, Pizzi è diventato uno degli osservatori più riconoscibili della cosiddetta Roma Cafonal, trasformando feste, ricevimenti e appuntamenti mondani in una sorta di catalogo umano della Capitale.
Prima ancora, aveva lavorato anche in contesti internazionali e nelle guerre per la Fao, ampliando uno sguardo che non apparteneva soltanto alla mondanità romana. Ma Roma rimaneva il suo grande teatro: una città fatta di potere e popolo, di palazzi e strade, di personaggi celebri e figure anonime.
Nonostante frequentasse quotidianamente ambienti dove contavano fama, denaro e autorità, Pizzi sosteneva di non esserne mai rimasto soggiogato. Trattava tutti allo stesso modo, con la macchina fotografica pronta a catturare quel dettaglio che gli altri avrebbero preferito lasciare fuori dall’inquadratura.
La sua casa ai Castelli Romani, immersa nel verde, era anche un enorme archivio della memoria accumulata negli anni. Ogni mattina, racconta il suo ricordo, partiva in scooter per raggiungere la città e tornare a fotografare. Per decenni quel rito non era cambiato: macchina fotografica al collo, attenzione sempre accesa e la convinzione che, dietro ogni volto, ci fosse una storia ancora da scoprire.
