Il giorno prima, il ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo aveva comunicato l’avvio della diciassettesima epidemia di **Ebola** nel Paese.
Secondo le valutazioni degli esperti, il virus avrebbe iniziato a circolare già dal 25 aprile. L’allarme ufficiale, però, sarebbe arrivato soltanto il 5 maggio, con un intervallo di diverse settimane che avrebbe permesso al contagio di espandersi senza essere intercettato in tempo.
Perché il focolaio di **Ebola** preoccupa
L’epidemia sarebbe partita dalla provincia di Ituri, area segnata da povertà, instabilità politica, attività minerarie e spostamenti frequenti della popolazione verso Paesi confinanti, tra cui Uganda e Sud Sudan.
La presenza di conflitti armati e la difficoltà di accesso a parte dei territori colpiti rendono più complesso il lavoro delle équipe sanitarie impegnate nel contenimento.
Tra gli elementi monitorati c’è il tasso di positività: oltre il 60% dei casi sospetti sottoposti a test risulterebbe confermato. Un indicatore che, secondo gli specialisti, potrebbe far pensare a un numero di contagi non ancora emerso.
Test e diagnosi: il nodo della variante **Bundibugyo**
Le prime verifiche sui pazienti avrebbero escluso il ceppo Zaire, responsabile delle principali epidemie del passato.
Solo in un secondo momento è stata identificata la variante **Bundibugyo**, meno studiata rispetto ad altri ceppi e, al momento, priva di vaccini approvati o terapie specifiche validate.
Il ritardo nell’inquadramento diagnostico, secondo le ricostruzioni, potrebbe aver inciso sull’andamento delle prime settimane di diffusione.
Nessun **vaccino** approvato per il ceppo **Bundibugyo**
L’assenza di una copertura vaccinale mirata rappresenta uno dei principali punti critici segnalati dagli esperti.
Dopo l’epidemia del 2014-2015 era stato sviluppato un vaccino contro il ceppo Zaire, poi approvato nel 2016. Tuttavia, per la variante **Bundibugyo** non risulta al momento disponibile un vaccino validato.
Studi e ricerche sono in corso, ma gli specialisti sottolineano che servirà tempo per arrivare a strumenti di prevenzione utilizzabili su larga scala.
Il timore della diffusione nelle grandi città
Renata Gili evidenzia che alcuni elementi dell’attuale epidemia richiamano quanto già visto nel 2014.
In genere i focolai di **Ebola** nascono in aree rurali isolate e tendono a esaurirsi più facilmente per via dell’elevata letalità e della minore mobilità. In questo caso, però, il contagio avrebbe raggiunto aree urbane densamente abitate, tra cui Kampala.
La circolazione del virus in grandi centri aumenta il rischio di trasmissione e rende più difficile il contenimento operativo.
Rischio **Ebola** in Europa: la valutazione dell’**Ecdc**
Al momento il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (**Ecdc**) continua a stimare come molto basso il rischio per l’Europa.
Gli esperti, tuttavia, ribadiscono l’importanza di un sostegno rapido alle autorità sanitarie africane con personale, risorse economiche e strumenti diagnostici, così da ridurre la possibilità che il focolaio si estenda ulteriormente.
Secondo la specialista torinese, gli elementi osservati finora ricordano quelli che precedettero l’epidemia del 2014: ritardi nell’identificazione del virus, circolazione in contesti urbani e criticità operative sul territorio. L’evoluzione della situazione resta quindi sotto osservazione da parte della comunità internazionale.