I movimenti della coppia prima della scomparsa
Le attività di indagine condotte dai carabinieri, sotto il coordinamento del procuratore Alberto Liguori, hanno consentito di ricostruire gli spostamenti di marito e moglie nelle ore immediatamente precedenti alla scomparsa della donna. Secondo quanto riportato negli atti, Federica Torzullo sarebbe rientrata nell’abitazione coniugale poco dopo le 19 dell’8 gennaio, mentre il marito sarebbe arrivato alle 19:41, “per poi uscire e farvi rientro alle 21:05”.
Dalla sera dell’8 gennaio Federica non è stata più vista. Gli inquirenti ipotizzano che l’uomo “abbia agito con condotte violente nei confronti della coniuge all’interno della casa familiare, per poi trasportarne le spoglie presso il deposito aziendale”.
Le successive ispezioni all’interno dell’appartamento, sull’automobile, nel deposito della ditta e sui mezzi aziendali hanno portato all’individuazione di “tracce ematiche latenti”. In particolare è stato rilevato sangue umano sul pavimento vicino alle scale, nella cabina armadio e sugli indumenti da lavoro dell’indagato, ritrovati nell’asciugatrice dopo essere stati lavati.
La decisione di lasciare la casa e il possibile movente
Dalla ricostruzione del contesto familiare emerge che Federica Torzullo avrebbe maturato da tempo l’intenzione di abbandonare l’abitazione in cui viveva con il marito e il figlio. Si sarebbe trattato di una decisione sofferta ma ormai definitiva, destinata a concretizzarsi proprio durante l’ultima cena trascorsa in casa.
In quell’occasione, secondo quanto riferito dagli inquirenti, la donna avrebbe comunicato al coniuge la volontà di lasciare l’abitazione, formalizzando di fatto la separazione. Questo annuncio, interpretato come una scelta autonoma e una presa di distanza, avrebbe rappresentato per l’indagato una perdita del controllo sulla vita familiare.
Gli investigatori ritengono che proprio quella comunicazione abbia scatenato la furia dell’uomo. Federica, infatti, pare frequentasse un altro uomo da qualche tempo, un elemento che avrebbe ulteriormente alimentato tensioni e risentimento. La possibilità che la moglie si allontanasse definitivamente, portando con sé il figlio, avrebbe trasformato quell’ultima cena in un momento di rottura irreversibile.
In questa prospettiva, l’omicidio viene inquadrato come una reazione violenta al rifiuto e alla libertà rivendicata dalla donna, interpretata dall’indagato come un atto non accettabile e da reprimere.


Depistaggi, uso del cellulare e ricostruzione finale
A completare il quadro indiziario vi sono, secondo la Procura, i comportamenti successivi al delitto. È ritenuto “del tutto verosimile ritenere che sia stato l’indagato ad utilizzare il cellulare di Federica dopo averla uccisa, proprio al fine di dissimulare l’azione criminosa”.
L’ultima conversazione su WhatsApp tra il telefono della vittima e quello della madre sarebbe avvenuta “tra le 7:55 e le 8:05 del 9 gennaio”. Nello stesso intervallo temporale, le immagini di videosorveglianza mostrerebbero Claudio Carlomagno uscire dall’abitazione e dirigersi verso il deposito aziendale, con entrambi i dispositivi telefonici localizzati nella medesima area in base ai dati di irradiamento.
Secondo l’accusa, l’insieme di questi elementi – l’occultamento del cadavere, il tentativo di distruggerlo e l’uso del cellulare della vittima per simulare la sua presenza in vita – “offrono la rappresentazione inequivoca del tentativo dell’indagato di celare l’azione criminosa”.
Nel quadro delineato dalla Procura di Civitavecchia, il delitto affonderebbe le sue radici nella volontà di annientare la libertà di una donna che aveva deciso di allontanarsi, rivendicando il diritto di scegliere per sé e per il proprio futuro.