Una confessione tardiva e troppe zone d’ombra
La confessione di Carlomagno è arrivata solo il 18 gennaio, quando il corpo di Federica è stato rinvenuto sepolto nei terreni della ditta di famiglia. Nonostante ciò, le indagini restano aperte su numerosi punti ancora irrisolti.
Il primo riguarda l’arma del delitto: il coltello non è mai stato trovato. L’uomo ha indicato un torrente lungo la via Braccianense come luogo in cui se ne sarebbe sbarazzato, ma le ricerche dei carabinieri di Ostia non hanno portato a risultati. Per la Procura, guidata da Alberto Liguori, non è escluso che si tratti dell’ennesimo tentativo di depistaggio.

Orari, depistaggi e l’ipotesi di un complice
A non convincere gli inquirenti sono anche gli orari forniti dall’indagato e alcune incongruenze emerse nella ricostruzione dei movimenti. Sin dalla mattina del delitto, Carlomagno avrebbe utilizzato il telefono della moglie per scrivere alla suocera, fingendo che Federica fosse ancora viva.
Resta inoltre sullo sfondo un’ipotesi inquietante: la possibile presenza di un complice che potrebbe averlo aiutato nelle fasi successive all’omicidio, in particolare nell’occultamento del corpo. Un’eventualità che, se confermata, cambierebbe radicalmente il quadro dell’inchiesta.
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La giustificazione del gesto e il nodo del figlio
Secondo quanto dichiarato dall’uomo, il movente sarebbe legato alla paura che la moglie gli portasse via il figlio. Una spiegazione che gli investigatori hanno definito “surreale”, anche alla luce del fatto che la coppia aveva già raggiunto un accordo civile per la separazione.
Nel frattempo, il bambino di dieci anni è stato ascoltato dagli inquirenti: il racconto dell’ultima cena e delle ore precedenti all’omicidio rappresenta uno dei passaggi più delicati dell’indagine, destinato a incidere profondamente sul prosieguo del procedimento.