Le parole della direttrice puntano dritto al cuore di una questione metodologica: la parità di trattamento di fronte alla legge. Secondo la Perri, il dolore, per quanto immenso, non deve diventare uno scudo contro l’accertamento dei fatti. “Gli inquirenti indagano, da che mondo è mondo, anche sulle famiglie. Soprattutto quando sono ostili e cercano di bloccare le indagini rivolgendosi a ‘livelli superiori’. Dispiace per il loro dolore ma nessuno è intoccabile in un’inchiesta”, prosegue con durezza la giornalista. Il riferimento alle recenti intercettazioni che hanno coinvolto il nucleo familiare della vittima apre scenari inediti su presunti tentativi di condizionamento dell’iter investigativo, suggerendo che dietro la facciata del lutto si siano consumate battaglie per mantenere lo status quo giudiziario.

Il focus si sposta poi sulla gestione dei nuovi sospetti e sulla figura di Andrea Sempio, la cui posizione è stata al centro di una dura contesa tra chi chiedeva nuovi accertamenti e chi li riteneva superflui. Albina Perri non usa giri di parole nel commentare l’operato di chi ha cercato di proteggere la sentenza definitiva contro ogni dubbio: “Nessuno è innominabile. Sono stati intercettati? Ottimo. Abbiamo saputo che hanno lavorato per infangare l’avvocato Bocellari, i carabinieri, la procura e per fermare l’inchiesta su Sempio. Vi pare poco?”. La critica si fa feroce contro un atteggiamento che viene definito eccessivamente protettivo e, in ultima analisi, d’ostacolo alla verità: “Finiamola con questa storia diabetica del poverini. Rispetto sì, silenzio no”. In questa fase delicata, il caso si trasforma dunque in una sfida aperta tra il sentimento popolare e il rigore di un’inchiesta che non vuole guardare in faccia a nessuno.