Le prove già acquisite nel processo
Nel richiamare il percorso giudiziario, Compagna e Tizzoni ribadiscono come il processo abbia già prodotto un quadro probatorio ampio e articolato, esaminato nei vari gradi di giudizio. Le sentenze hanno valutato documentazione, perizie, testimonianze e accertamenti tecnici, giungendo a una conclusione ritenuta definitiva. Secondo i legali, ignorare questo patrimonio di prove significa alterare la lettura dei fatti, dando spazio a ipotesi che non trovano fondamento negli atti processuali. Da qui la necessità, ribadiscono, di riportare il dibattito su un piano rigoroso, evitando scorciatoie narrative.
Nella parte conclusiva della loro nota, gli avvocati chiariscono la linea che intendono seguire. «Da parte nostra continueremo ad approfondire con rapidità ogni ulteriore elemento utile a una ricostruzione ancora più dettagliata dei fatti». Un impegno che viene rivendicato nell’interesse della verità e della giustizia, ma anche come forma di tutela della memoria della vittima e della sua famiglia. L’obiettivo dichiarato è evitare che il caso venga riaperto sul piano mediatico senza basi solide, trasformando un processo complesso in un terreno di scontro privo di rigore.

Un caso che continua a dividere
A distanza di anni, il delitto di Garlasco resta uno dei casi più discussi della cronaca giudiziaria italiana. Le nuove analisi, le dichiarazioni dei legali e le polemiche che ne derivano dimostrano come la vicenda continui a suscitare attenzione e tensioni, soprattutto quando emergono elementi tecnici che vengono letti in chiave opposta da parti diverse. Per la famiglia Poggi, però, il punto resta fermo: le sentenze esistono, le prove sono state valutate e ogni nuova ipotesi deve misurarsi con quanto già accertato, senza scorciatoie e senza processi paralleli mediatici.