
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati del commercio mondiale: da questo corridoio marittimo passa una quota stimata intorno al 20% del petrolio globale, pari a circa 17–20 milioni di barili al giorno, e oltre il 30% del commercio mondiale di GNL (gas naturale liquefatto). Dati che spiegano perché ogni segnale di instabilità venga seguito con attenzione da governi, mercati e operatori logistici.
La rilevanza dello stretto deriva anche dalla sua posizione: tra Iran e Oman, è l’accesso principale che collega il Golfo Persico al Mar Arabico e quindi alle grandi rotte oceaniche. La conseguenza è diretta: quando crescono le tensioni nell’area, aumenta la percezione di rischio lungo una delle arterie energetiche più importanti al mondo.
Su questi effetti potenziali si è soffermato il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo durante un’informativa alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. Il messaggio è stato chiaro: la tenuta della catena energetica e logistica internazionale può risentire anche di variazioni limitate della sicurezza percepita in quell’area.
Il ministro ha richiamato l’attenzione sul fatto che l’impatto non dipende solo da un blocco totale: anche una riduzione parziale del traffico marittimo o un clima di incertezza possono tradursi in reazioni rapide dei mercati, perché prezzi e contratti si adeguano in tempo reale alle notizie geopolitiche e ai rischi sulle forniture.

Perché lo Stretto incide sui mercati energetici
La prima variabile che tende a muoversi è il prezzo del petrolio: quando aumenta il rischio di interruzioni, anche temporanee, il mercato incorpora rapidamente un “premio” legato all’incertezza. Questo meccanismo può riflettersi sia sui contratti spot sia sulle aspettative a breve termine, con effetti immediati sulle quotazioni.
Un discorso analogo riguarda il gas naturale liquefatto (GNL), che per numerosi Paesi rappresenta una componente centrale del mix energetico. La continuità delle forniture e la puntualità delle consegne via mare sono elementi chiave: eventuali ritardi o deviazioni di rotta possono incidere sui costi e sulla programmazione industriale.
In parallelo, uno dei canali più sensibili è quello assicurativo. In aree considerate a rischio, i premi assicurativi legati alle spedizioni possono aumentare, perché cresce la probabilità di eventi dannosi e si innalzano le misure di protezione richieste dagli operatori. Questo incremento si trasferisce sui bilanci delle compagnie e, a cascata, sui costi di trasporto delle merci.
Crosetto ha indicato in modo esplicito la possibile dimensione dell’effetto: i costi dei trasporti, in scenari di tensione prolungata o minacce concrete alla navigazione, possono salire fino al 30-40%. Si tratta di un impatto significativo perché coinvolge non solo energia, ma anche l’intera catena di approvvigionamento di prodotti e componenti che viaggiano via mare.
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