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Iran, la notizia terrificante è appena arrivata. Cosa succede

Il blackout informativo e l’accusa di genocidio

Uno degli elementi centrali messi in luce dal dossier del Sunday Times è il ricorso sistematico al blackout informativo come strumento per impedire la circolazione di notizie all’interno e all’esterno del Paese. Secondo le testimonianze raccolte, nei giorni di massima intensità delle proteste le autorità iraniane avrebbero proceduto alla sospensione totale di Internet, al blocco dei principali social network e alla limitazione delle comunicazioni telefoniche in diverse aree del territorio nazionale. Questa strategia avrebbe creato una condizione definita da uno dei medici intervistati come “un genocidio coperto dal buio digitale”.

L’espressione buio digitale viene utilizzata nel rapporto per indicare una situazione in cui la mancanza di connettività ha impedito non solo ai cittadini di informarsi e comunicare tra loro, ma anche agli osservatori internazionali di monitorare in tempo reale quanto stava accadendo. Il blocco delle comunicazioni avrebbe reso estremamente difficile la diffusione di immagini, video e testimonianze dalle zone interessate dagli scontri, contribuendo così a creare un contesto di totale opacità rispetto alla portata della repressione.

Il blackout di Internet non avrebbe avuto dunque soltanto un impatto sui media e sulle organizzazioni per i diritti umani, ma avrebbe inciso profondamente sulla vita quotidiana della popolazione civile. Migliaia di famiglie iraniane, secondo il dossier, si sarebbero trovate per giorni senza alcuna informazione su parenti e conoscenti che avevano preso parte alle manifestazioni o che risultavano dispersi dopo gli scontri. In assenza di un canale di comunicazione affidabile, molti cittadini avrebbero atteso notizie dai pronto soccorso, dagli obitori o dagli uffici delle forze di sicurezza, spesso senza ottenere risposte chiare o tempestive.

Questa situazione avrebbe prodotto un ulteriore livello di sofferenza, descritto nel rapporto come una forma di tortura psicologica collettiva. L’impossibilità di sapere se un figlio, un fratello o un coniuge fosse ancora in vita, ricoverato in un ospedale, detenuto in un centro di sicurezza o già inserito tra le vittime avrebbe alimentato nei familiari un senso di angoscia prolungata. Alcune testimonianze riferiscono di persone costrette a visitare numerose strutture sanitarie e uffici pubblici per tentare di ricostruire il destino dei propri cari, in un contesto segnato da silenzi, reticenze e informazioni incomplete.

Le fonti del dossier e il ruolo delle strutture sanitarie

I nuovi dati sulla repressione in Iran provengono da un insieme di documenti che, secondo quanto riferito, includono resoconti dettagliati di professionisti della sanità, operatori di pronto soccorso e membri dello staff amministrativo di vari ospedali. Queste fonti, spesso rimaste anonime per ragioni di sicurezza, avrebbero fornito informazioni relative al numero di ricoveri, alla tipologia delle ferite, ai decessi registrati e ai casi non ufficialmente documentati. Il materiale raccolto comprende anche note interne, statistiche parziali e ricostruzioni basate sull’andamento degli accessi ai reparti di emergenza.

Secondo il dossier, in alcune strutture ospedaliere sarebbero state diramate disposizioni informali affinché determinate cause di morte non venissero messe per iscritto o venissero indicate in maniera generica, per evitare che si potesse risalire con facilità al contesto delle proteste. In altri casi, alcuni feriti avrebbero preferito non recarsi presso gli ospedali pubblici, temendo di essere identificati e successivamente arrestati. Questo fenomeno avrebbe portato alla presenza di cure clandestine in abitazioni private o in piccoli ambulatori, complicando ulteriormente la stima reale delle persone coinvolte.

Il rapporto sostiene inoltre che in diversi centri urbani le autorità avrebbero predisposto una sorveglianza delle corsie d’ospedale, con agenti incaricati di monitorare i pazienti feriti durante le manifestazioni. Alcuni testimoni avrebbero riferito di persone prelevate direttamente dai letti di degenza e trasferite in luoghi di detenzione non ufficialmente comunicati alle famiglie. Questi episodi, se confermati, suggerirebbero un collegamento diretto tra l’apparato di sicurezza e la gestione dei feriti, con un impatto significativo sulla possibilità di ricevere cure in modo sicuro e trasparente.

La centralità delle strutture sanitarie come fonte di informazioni emerge anche dal fatto che, in assenza di dati ufficiali completi, il numero di morti e feriti viene spesso stimato a partire dalle statistiche interne di ricovero e dalle testimonianze del personale medico. La somma di questi elementi avrebbe permesso agli autori del dossier di elaborare una stima che indica almeno 16.500 manifestanti uccisi e circa 330.000 feriti. Gli estensori del documento sottolineano tuttavia che il bilancio effettivo potrebbe risultare ancora più elevato, a causa dei casi non registrati o trattati al di fuori del sistema sanitario formale.

L’azione della Procura internazionale e la richiesta di giustizia

I dati raccolti nel dossier sarebbero stati trasmessi a organi di giustizia internazionale e a meccanismi investigativi indipendenti, con l’obiettivo di documentare in modo accurato la portata delle violazioni dei diritti umani avvenute in Iran. Il documento fa riferimento alla ricezione del materiale da parte della Procura internazionale, che avrebbe avviato un esame preliminare delle prove presentate. In questo contesto, il procuratore capo avrebbe ribadito la necessità di preservare ogni testimonianza, dato medico o documento utile a ricostruire gli eventi.

Nel rapporto si fa cenno all’importanza di garantire la conservazione delle prove in vista di eventuali procedimenti futuri, sia a livello nazionale che sovranazionale. L’analisi dei dati relativi alle vittime, alla cronologia degli scontri, alle catene di comando e alle decisioni operative adottate dalle autorità viene considerata essenziale per determinare le responsabilità individuali e collettive. La documentazione delle modalità di attuazione del blackout digitale e della gestione dei feriti nelle strutture sanitarie fa parte integrante di questo lavoro di ricostruzione.

La fine del cosiddetto buio digitale, con il ripristino graduale delle connessioni in alcune aree del Paese, ha consentito la circolazione di ulteriori testimonianze, immagini e video che potrebbero integrare il materiale già raccolto. Questi nuovi contenuti, secondo gli estensori del dossier, avrebbero confermato numerosi elementi precedentemente emersi dalle fonti mediche e dai racconti dei sopravvissuti. L’accesso a un numero crescente di prove documentali viene indicato come un passaggio cruciale per la definizione di un quadro probatorio solido.

All’interno del rapporto si sottolinea infine che una generazione di giovani iraniani, in larga parte sotto i 30 anni, sarebbe stata profondamente segnata dalla repressione, con un numero elevatissimo di morti, feriti e arrestati. La richiesta che emerge dalle testimonianze raccolte è quella di un percorso di accertamento delle responsabilità e di riconoscimento delle violazioni subite, affinché le migliaia di vittime non rimangano confinate nel silenzio prodotto dal blackout informativo e dalla censura.

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