Bombole, autonomia e attrezzature: cosa viene verificato
Un punto centrale dell’inchiesta riguarda la dotazione di aria e la configurazione dell’equipaggiamento. È stato riferito che i cinque italiani avevano con sé bombole da dodici litri, considerate standard in molte immersioni tecniche ma vincolate da limiti precisi, soprattutto quando si scende a profondità elevate.
“A sessanta metri l’autonomia si riduce drasticamente”, ha spiegato Marroni, indicando che con quel tipo di assetto il tempo disponibile potrebbe aggirarsi attorno ai dieci o dodici minuti. Si tratta di un intervallo molto ridotto se rapportato alle necessità di un rientro ordinato in un corridoio stretto, dove i movimenti devono essere misurati e l’orientamento non può essere improvvisato.
Per questo gli inquirenti stanno valutando ogni componente dell’equipaggiamento: non solo capacità delle bombole, ma anche eventuali ridondanze, sistemi di sicurezza, illuminazione e strumenti di navigazione. Nelle immersioni in grotta, infatti, la pianificazione delle riserve e la gestione del tempo sono elementi che incidono direttamente sulla sopravvivenza.
Il team di recupero intervenuto successivamente disponeva di dotazioni diverse e più avanzate: rebreather con autonomia di molte ore, scooter subacquei e soprattutto sagole di orientamento, utili per tracciare una linea guida verso l’uscita in ambienti complessi e potenzialmente labirintici.
Non è ancora chiaro se anche il gruppo italiano avesse adottato lo stesso sistema di sicurezza. Alcune sagole sarebbero state individuate nella grotta, ma resta da definire a chi appartenessero: ai sub italiani o ai soccorritori. Questo dettaglio, se chiarito, potrebbe avere un peso nella ricostruzione delle ultime fasi dell’immersione.

Il tema dell’overconfidence e le domande ancora aperte
Tra gli aspetti valutati dagli investigatori figura anche l’ipotesi di una sottovalutazione dei rischi, richiamata da Laura Marroni con il concetto di “overconfidence”. In ambiti ad alta specializzazione, l’esperienza può talvolta portare a percepire come gestibili situazioni che richiedono invece livelli di prudenza ancora più elevati.
Al momento, tuttavia, si tratta di una cornice interpretativa che dovrà essere verificata alla luce dei riscontri oggettivi. Gli accertamenti, in Italia e alle Maldive, puntano a stabilire con precisione se la pianificazione dell’immersione fosse adeguata, se l’equipaggiamento fosse congruo e come si siano evoluti i minuti decisivi all’interno della grotta di Dekunu Kandu.
Restano infatti diversi punti da chiarire, tra cui:
- quale percorso sia stato effettuato in andata e quali riferimenti fossero disponibili per il rientro;
- se vi fossero sistemi di orientamento utilizzati dal gruppo e in quale fase;
- quali dati possano emergere dai computer subacquei e dalle eventuali registrazioni video;
- come le condizioni della grotta (visibilità, sedimenti, profondità) abbiano inciso sulle scelte operative.
Nei prossimi giorni gli esiti delle autopsie, l’analisi del materiale sequestrato e l’eventuale acquisizione delle testimonianze raccolte all’estero potrebbero offrire un quadro più completo. Nel frattempo resta il dolore delle famiglie e di un intero settore, colpito da una tragedia che ha segnato profondamente il mondo della subacquea italiana.