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Laura Pausini canta l’inno d’Italia ma finisce malissimo per lei

I paragoni ingombranti e il confronto con altre voci

Non sono mancati paragoni pesanti con altre grandi interpreti della musica italiana. C’è chi ha evocato Mina, definendola “inarrivabile”, sostenendo che una sua registrazione avrebbe restituito “lustro e gloria” all’inno.

Altri commenti hanno liquidato l’esibizione con ironia tagliente: «Così sembro io che canto quando lavo i piatti», «L’inno più brutto mai ascoltato». In diversi casi, il confronto si è esteso anche ad altre esibizioni precedenti di inni nazionali, considerate più sobrie e rispettose del contesto.

Accuse di eccesso vocale e momenti di imbarazzo

Un altro fronte di critica ha riguardato il modo di cantare, giudicato da molti eccessivo e urlato. «Inascoltabile. Ma perché urla sempre?», «Urla sempre… ma anche basta», fino a commenti più sarcastici: «Le hanno spiegato che in America Latina esistono le tv e che non serve strillare come un’aquila?».

Non sono mancati nemmeno giudizi più ambivalenti, provenienti da fan storici: «La amo ma abbastanza cringe». Altri hanno cercato di spiegare la performance parlando di un momento personale complicato: «Sta attraversando un periodo di stress, capita».

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Un’esibizione che divide e accende il dibattito

Il caso Pausini si inserisce in una lunga serie di polemiche legate all’interpretazione dell’inno nazionale in contesti ufficiali. L’esibizione alla Cerimonia di Apertura di Milano-Cortina 2026 ha acceso un dibattito che va oltre la cantante, toccando il tema del confine tra espressione artistica e simbolo istituzionale, soprattutto quando la platea è globale e il contesto carico di significato.

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