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Madre taglia la gola al figlio di 9 anni, interviene Bruzzone: perché lo avrebbe fatto

Madre taglia la gola al figlio di 9 anni, il movente secondo Roberta Bruzzone

La modalità estremamente violenta e cruenta dell’omicidio, con il bambino ritrovato esanime con ferite da arma da taglio alla gola nella casa di via Marconi, è uno degli elementi che la criminologa Roberta Bruzzone ha analizzato. Secondo l’esperta, la violenza dell’azione è un indicatore cruciale del movente: “Di solito nei casi di madri che uccidono i figli più la modalità è cruenta e più dietro l’azione c’è un movente vendicativo,” ha spiegato al telefono con Il Messaggero. La Bruzzone ha tracciato una netta distinzione tra le madri omicide mosse da una psicosi paranoide o religiosa, e quelle spinte dalla vendetta. Le prime, spesso convinte di “salvare il figlio uccidendolo”, tendono a scegliere “modalità meno cruente come l’annegamento o il soffocamento con un mezzo morbido”. Al contrario, quando la donna è “motivata dal desiderio di vendetta, cioè che ritiene di aver subito un torto perché il bambino è stato allontanato da lei, l’azione è molto più violenta“.

Nel caso di Muggia, lo scenario ipotizzato dalla criminologa è proprio quello di una donna con “problematiche psichiatriche note” che, avendo perso l’affidamento del bambino, ha voluto vendicarsi dell’ex partner. La perdita dell’affidamento avrebbe rappresentato per la donna una “manifesta inadeguatezza” non tollerata. “A quel punto, nella sua mente è scattato il desiderio di vendetta: se non poteva avere il bambino lei non doveva più averlo nessuno,” ha ipotizzato Bruzzone. Questo schema progressivo di frustrazione e vendetta estrema è ciò che viene associato alla tragica figura mitologica della Sindrome di Medea.

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Lo stereotipo materno e la sottovalutazione del rischio

La criminologa ha anche affrontato il tema generale della sottovalutazione dei segnali d’allarme negli omicidi commessi dalle madri, un fenomeno che spesso ci appare “impensabile” proprio a causa di stereotipi sociali profondamente radicati. La società, e talvolta il sistema stesso, tende a vedere la figura materna come “incapace di nuocere alla propria prole, anzi pronta a sacrificarsi e annullarsi per garantirne il sostentamento e nutrimento”. Questo stereotipo di genere, dove la maternità o la paternità sono percepite come un “freno a mano tirato” contro la violenza, può diventare un ostacolo insidioso alla corretta valutazione del rischio.

“E questi stereotipi a volte sono proprio la causa di una sottovalutazione della gravità dei casi,” ha concluso l’analista. L’incredulità verso un crimine così innaturale porta a ignorare i campanelli d’allarme finché l’irreparabile non si manifesta in tutta la sua brutalità. La tragica vicenda di Muggia serve da monito: in una mente “distorta, disfunzionale o gravata da una patologia mentale, l’angoscia può salire e l’azione violenta può riguardare chiunque, figli compresi,” infrangendo ogni presupposto sulla sacralità del legame genitoriale e richiamando tutti, e in particolare le istituzioni preposte, a una vigilanza e una valutazione del rischio più attente e meno influenzate da preconcetti.

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