Marco Poggi e la montagna: il punto su un elemento già discusso

Tra le voci che il legale cita, ce n’è una che riguarda direttamente Marco Poggi e la sua presenza in montagna nel giorno dell’omicidio di Chiara Poggi. Compagna descrive un meccanismo che, a suo dire, rende impossibile chiudere definitivamente certe contestazioni: anche quando emergono riscontri, c’è sempre chi li mette in dubbio.
Lo spiega così, riportando l’esempio delle foto: “Si dice ad esempio che non è vero che Marco Poggi fosse in montagna, si ipotizza che la famiglia abbia nascosto le dinamiche riguardanti l’omicidio della figlia, poi non basta nulla, uno fa vedere le foto in montagna e dicono che sono fotomontaggi. Oggi Giuseppe (papà della vittima, ndr) mi diceva che, se serviva, avevano altre foto… è una follia”.
Il caso Stasi e le perizie: cosa ricorda la difesa della famiglia
Nell’intervento, il legale torna anche su uno dei passaggi considerati centrali nella vicenda che portò alla condanna di Alberto Stasi: il Dna sui pedali della bicicletta. Un elemento che, all’epoca, avrebbe inciso sulla percezione complessiva del caso, anche sul piano emotivo per la famiglia.
Compagna sottolinea però un punto: la quantità di accertamenti svolti e la complessità del quadro, che secondo lui non può essere ridotto a un singolo dettaglio. “All’epoca ciò che cambiò la percezione fu il rinvenimento del Dna sui pedali della bici, i genitori non volevano credere che il fidanzato potesse essere responsabile. Ciò che i telespettatori non sanno è che il numero di perizie fatto è stato vastissimo e i genitori le hanno verificate e analizzate tutte, mentre il mondo dei media ha l’ansia della verità che cancella tutto. Noi sappiamo che c’è un’unica camminata di una sola scarpa e questo sarebbe stato confermato dalla Cattaneo e dai Ris di Cagliari, è difficile scoprire la verità se non si mettono insieme tutti i pezzi, invece adesso sembra quasi un gioco che se trovi la macchia allora cambia tutto”.

Le accuse online e le iniziative legali: “Tutte bugie e assurdità”
Il fronte della famiglia, nel racconto del legale, non è solo mediatico. Compagna spiega che ci si sarebbe mossi anche sul piano legale per contrastare la diffusione di contenuti ritenuti falsi o diffamatori, citando accuse molto pesanti circolate in rete.
Le parole riportate sono dure: “Ne abbiamo lette di tutti i colori… Marco tossicodipendente, in una casa di recupero, che aveva file pedoporno, tutte bugie e assurdità che vanno a colpire persone già provate, poi valuterà l’autorità giudiziaria se ci sarà diffamazione o meno”. E aggiunge: “L’impressione che si ha è che questi genitori di Chiara sono figli di nessuno, possono essere aggrediti senza che a nessuno interessi. Conseguenza evidente, visibile a tutti, è l’aggressione mediatica dei suoi più stretti congiunti, c’è stato anche un problema di diffusione delle foto dell’autopsia, molta spregiudicatezza verso la memoria della vittima e anche questo è un motivo di forte dolore. Chi assiste insieme a me Marco Poggi settimanalmente deve redigere esposti e denunce, abbiamo coinvolto il Garante della privacy, la Procura di Pavia”.

Tra ipotesi e nuove attenzioni mediatiche: il nome di Andrea Sempio
Nel frattempo, il nome di Marco Poggi sarebbe tornato con insistenza dentro ipotesi e ricostruzioni alternative. Un ritorno che si intreccia, secondo quanto riportato, con il riaccendersi dei riflettori su Andrea Sempio, amico del fratello della vittima.
È un intreccio che, nel racconto complessivo, avrebbe contribuito ad alimentare ulteriormente il dibattito pubblico e mediatico, spesso spingendosi oltre i confini delle evidenze già passate al vaglio della giustizia.
Dove vive oggi Marco Poggi: “Non è in una clinica”
Compagna chiude tornando sulle conseguenze personali di questa esposizione continua, descrivendo un uomo che, a suo dire, vive una normalità che viene periodicamente messa in discussione da voci infondate.
La precisazione finale è netta e riguarda anche il presente: “Da tantissimi anni è coinvolto in un grande processo mediatico, inizialmente come vittima ed era già un peso e una cosa non da poco, adesso anche come presunto carnefice o bersaglio gratuito che chiunque può diffamare. Marco non è in una clinica, è un ragazzo normale che lavora, legge i giornali”. E conclude: “Vive e lavora in Veneto ed ha scelto da molti anni di sottrarsi alla comunicazione e proprio perché si sottrae c’è un atteggiamento ancora più violento verso di lui, è una scelta personale. Io gli ho detto magari di fare una intervista, ma ci sono profili di sensibilità che dobbiamo rispettare”.