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Piccolo Domenico, come è morto: l’agghiacciante rivelazione del chirurgo

Il nodo del trasporto e il ghiaccio secco

L’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli punta ora a chiarire come sia stato possibile che un organo destinato a un trapianto sia arrivato in quelle condizioni.

I Carabinieri del Nas hanno ricostruito la cosiddetta catena del freddo a Bolzano, simulando le modalità di conservazione e trasporto. Al centro degli accertamenti c’è un frigorifero di vecchia generazione, che sarebbe stato “rabboccato” con ghiaccio secco. Proprio l’eccesso di raffreddamento avrebbe provocato il congelamento dei tessuti, compromettendo irrimediabilmente l’organo.

Al momento, secondo quanto riferito dall’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, le indagini non sembrerebbero individuare responsabilità dirette nella fase di prelievo a Bolzano, ma l’attenzione si concentra sulla gestione del trasporto e sulle verifiche effettuate all’arrivo al Monaldi.

Le testimonianze in sala operatoria

Le dichiarazioni dei tre infermieri hanno aperto uno squarcio sulle fasi immediatamente successive all’arrivo del cuore. Il cestello venne estratto dal box frigorifero e apparve evidente che l’organo era completamente ghiacciato.

«Provammo a far abbassare la temperatura, prima con acqua tiepida, poi con acqua calda. Ma non servì a nulla», ha riferito uno dei sanitari. L’immagine restituita dai verbali è quella di un clima di tensione e disperazione, con l’équipe impegnata in tentativi tecnici estremi mentre la vita del bambino dipendeva dalle macchine.

Anche i medici dell’équipe di Innsbruck, presenti a Bolzano per altri espianti, sono stati ascoltati dagli inquirenti italiani per completare la ricostruzione dei fatti. La Clinica universitaria di Innsbruck, interpellata, non ha rilasciato dichiarazioni a causa dell’inchiesta penale in corso.

Le contestazioni della famiglia

La famiglia di Domenico, attraverso il proprio legale, ha sollevato rilievi puntuali sulle procedure seguite. Secondo l’avvocato Petruzzi, il frigo box utilizzato per il trasporto non sarebbe stato conforme alle linee guida del 2015, che prevedono la misurazione della temperatura ogni minuto tramite un termostato dedicato.

«Se questo non era presente nel frigo box, doveva comunque essercene uno manuale», ha dichiarato il legale. Inoltre, nel caso di trasporto aereo, sarebbe obbligatorio verificare la temperatura interna del contenitore subito dopo l’atterraggio. Anche questo controllo, secondo la difesa della famiglia, non sarebbe stato effettuato.

La documentazione acquisita sarà ora oggetto di approfondimento in vista di un possibile incidente probatorio. L’obiettivo degli inquirenti è ricostruire con precisione la sequenza degli eventi, individuare eventuali responsabilità e comprendere se la tragedia potesse essere evitata.

Intanto resta il dolore di una famiglia e il peso di una vicenda che solleva interrogativi profondi sulla gestione di un trapianto delicatissimo, in cui ogni dettaglio – dalla temperatura di conservazione alle verifiche di routine – può fare la differenza tra la vita e la morte.

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