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“Sarebbe già morto”: Garlasco, l’avvocato di Corona choc su Stasi

Procura di Pavia e indagini: il riferimento alle attività in corso

Nell’intervento, l’avvocato collega la legittimità degli approfondimenti investigativi al presupposto della possibile presenza di dubbi su una condanna definitiva. La sua posizione viene espressa in termini generali e viene ricondotta al principio secondo cui, in presenza del sospetto di un errore, ogni ulteriore accertamento può risultare rilevante.

Chiesa cita espressamente la Procura di Pavia, in relazione alle verifiche richiamate nel suo discorso, senza entrare nel dettaglio tecnico degli atti o degli elementi oggetto di attenzione.

Alberto Stasi e la condanna: il tema del “ragionevole dubbio”

Uno dei passaggi principali riguarda il livello di certezza richiesto per arrivare a una condanna. Nel video, Chiesa sostiene che l’eventuale emersione di elementi non adeguatamente considerati in passato potrebbe incidere sulla solidità del quadro probatorio su cui si è basata la decisione.

Nel suo intervento afferma: “Se sono emersi degli elementi indiziari che sono stati sottovalutati o mal valutati all’epoca, vuol dire che la condanna di Alberto Stasi non era fondata su prove così tanto granitiche e quindi non era una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio”.

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Chiesa richiama poi la formulazione prevista dalla legge e la interpreta come vincolo per il giudice in presenza di incertezze: “Vuol dire che tu non puoi condannare un uomo se hai anche solo un dubbio, perché la legge dice appunto ogni ragionevole dubbio. E quindi viene da pensare che appunto qualche dubbio ci fosse, così come sosteneva il grande avvocato e professore Angelo Giarda, difensore di Alberto Stasi, che dunque aveva ragione”.

Caso Garlasco: la riflessione sulla pena di morte e sugli errori giudiziari

Nel video viene affrontato anche il tema degli effetti irreversibili di un eventuale errore giudiziario in sistemi che prevedono pene non rimediabili. Chiesa utilizza l’esempio della pena di morte per evidenziare, in modo diretto, le conseguenze che deriverebbero da una decisione sbagliata.

La dichiarazione riportata è: “Questi casi giudiziari dovrebbero fare riflettere i giustizialisti, cioè quelli che se uno è colpevole ma sia lui, si butta via la chiave, o addirittura quelli che vogliono la pena di morte. Pensate se ci fosse stata la pena di morte in Italia, Alberto Stasi non c’era più. E adesso cosa gli avremmo detto? Sai, scusa, abbiamo sbagliato”.

La domanda finale di Ivano Chiesa: “Quanti casi Alberto Stasi ci sono?”

In chiusura, l’avvocato pone una domanda che amplia il discorso oltre il singolo procedimento, richiamando l’ipotesi che situazioni simili possano non emergere all’attenzione pubblica. Il riferimento è al possibile numero di persone detenute che potrebbero essere state condannate in presenza di dubbi.

La frase conclusiva è: “Quanti casi ci sono di Alberto Stasi, esempio, insomma, quanti casi Garlasco ci sono nascosti, cioè di cui nessuno parla? Quanti Alberto Stasi ci sono in carcere, presuntamente colpevoli e che magari invece sono innocenti perché sono stati condannati non al di là di ogni ragionevole dubbio? Pensateci”.

L’intervento si chiude senza ulteriori dettagli operativi, mantenendo l’attenzione sul principio del “ragionevole dubbio” e sulla necessità di verifiche quando emergono elementi ritenuti rilevanti.

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