Le vittime, l’ong e il legame tra i due luoghi
Secondo quanto comunicato dalla polizia, cinque delle sei persone decedute facevano parte di un’organizzazione non governativa impegnata nella tutela delle aree protette. Il rifugio incendiato sarebbe stato utilizzato come base operativa dal gruppo, descritto in alcuni resoconti come composto da volontari attivi da anni nelle zone montane prossime al confine con la Serbia.
Il 15enne trovato nel camper, secondo le ricostruzioni, sarebbe stato il figlio di un amico del gruppo. È considerato certo, inoltre, che le sei persone si conoscessero e frequentassero abitualmente il rifugio, circostanza che rafforza l’ipotesi di un legame diretto tra gli episodi.

I filmati di sorveglianza e la sequenza temporale
Un passaggio ritenuto chiave è rappresentato dai video di sorveglianza esterni alla struttura. Le immagini, rese note dagli investigatori, mostrerebbero i sei individui salutarsi il 1° febbraio, data indicata come quella in cui potrebbero essere avvenuti i primi tre omicidi.
Le riprese, secondo quanto riportato, documenterebbero anche tre persone mentre appiccano l’incendio alla capanna. Gli inquirenti stanno analizzando ogni fotogramma per identificazioni certe, tempi, movimenti e possibili incongruenze con altri riscontri, come tabulati telefonici e testimonianze.
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Spiritualità, fragilità psicologica e ipotesi della procura
Dalle indagini è emerso che le sei persone praticassero forme di buddismo tibetano. Gli investigatori stanno valutando questo elemento come parte del contesto generale, senza attribuirgli allo stato un ruolo diretto nella spiegazione dei decessi.
La procuratrice aggiunta Natalia Nikolova, dell’ufficio del procuratore d’appello di Sofia, ha confermato che le ipotesi principali restano quelle dell’omicidio-suicidio o del suicidio. Le attività proseguono con analisi balistiche, esami medico-legali e confronto delle prove raccolte nei due luoghi.