
Per una toccante coincidenza di sincronicità, nel medesimo giorno della pronuncia del tribunale, il fratellino minore Luigi varcava per la prima volta la soglia dell’asilo. Un passaggio emotivo fortissimo per i genitori, Alessia e Patrizio, tornati con il pensiero a quello che avrebbe potuto essere il futuro del loro primogenito, nato e cresciuto con immenso amore.
Nella loro accorata lettera, i coniugi D’Agostino denunciano la fatale leggerezza di un sistema adulto incapace di assumersi le proprie responsabilità. La rabbia dei familiari si concentra sulla sconcertante banale prevenzione che avrebbe evitato il peggio: sarebbe bastato un freno a mano tirato o un semplice divieto d’accesso alle auto nel cortile per salvare la vita del figlio.
Particolarmente straziante è il contrasto tra il dramma consumato e i progetti spezzati di una famiglia felice. Quel maledetto giorno d’maggio, la casa si stava preparando per una crociera e per l’imminente matrimonio dei genitori; tragicamente, nella stessa basilica scelta per le nozze, si è dovuto celebrare il solenne funerale del loro unico bambino.
I genitori tengono a precisare di non cercare una sterile vendetta, ma ammettono di non riuscire a scorgere il vero rispetto nella sentenza. Giudicano avvilente il susseguirsi di appelli e cavilli legali volti a ridurre condanne già blande, criticando le procedure giudiziarie disumanizzanti che pretendono di quantificare a milligrammi la sofferenza e il vuoto di una perdita incolmabile.
La vicenda si chiude con una dura condanna verso un sistema che redige piani di sicurezza fotocopia per gli istituti scolastici. Le famiglie affidano il proprio bene più prezioso allo Stato: quando la tutela dei più piccoli viene meno, la giustizia dovrebbe tuonare con fermezza anziché dissolversi nel labirinto delle attenuanti.
