Addio a Tony Dallara
L’uomo che oggi l’Italia piange si chiamava all’anagrafe Antonio Lardera, ma tutti lo hanno conosciuto e amato come Tony Dallara. Nato a Campobasso il 30 giugno 1936, ultimo di cinque figli, aveva respirato musica fin da bambino grazie al padre Battista, che aveva cantato nel coro del Teatro alla Scala. Una presenza importante ma non sufficiente a spalancargli subito le porte dello spettacolo: la sua giovinezza è fatta di turni dietro il bancone come barista, poi di giornate d’ufficio da impiegato qualsiasi, mentre in testa ronzava un solo pensiero fisso, quello del canto.
Le origini di Tony Dallara, l’ultimo grande “urlatore”
È a Milano, città in cui si trasferisce con la famiglia da bambino, che prende forma il destino di Tony. La metropoli del dopoguerra, affamata di vita e di divertimento, pullula di locali, sale da ballo, orchestrine. In quelle notti affollate di fumo, luci e speranze, il giovane Antonio trova il coraggio di salire sui palchi e di farsi ascoltare. Si unisce ai Rocky Mountains, formazione che in seguito prenderà il nome de I Campioni, e comincia a incrociare la strada di altri ragazzi destinati, proprio come lui, a cambiare per sempre il volto dello spettacolo italiano.
Quello che lo distingue dai colleghi dell’epoca è un suono che arriva da lontano. Il suo immaginario musicale non è fatto solo di melodie all’italiana, ma di dischi consumati provenienti dagli Stati Uniti. Nel suo modo di stare sul palco riecheggiano le suggestioni di Frankie Laine e soprattutto dei Platters, con la voce magnetica di Tony Williams come stella polare. Da lì nasce l’idea di una vera e propria rottura: basta con il canto compito, trattenuto, impostato. Tony sceglie una vocalità intensa e travolgente, fatta di fiato, anima e coraggio, talmente vigorosa da valergli l’etichetta – allora quasi scandalosa – di “urlatore”.
Ma non si tratta solo di alzare il volume. In quelle interpretazioni c’è un modo nuovo di stare in scena: il corpo che segue le emozioni, la voce che sembra strapparsi dal petto, il desiderio di parlare direttamente ai ragazzi che affollano le sale da ballo e sognano un’Italia più libera. È così che Tony intercetta il battito delle nuove generazioni, stanche delle canzoni troppo educate e innamorate di quel grido controllato che sa di modernità.

“Come prima” e “Romantica”: i successi che hanno fatto la storia
A metà degli anni Cinquanta, la scintilla diventa incendio. Nel 1957 arriva il brano destinato a cambiare tutto: “Come prima”. Non è solo una canzone, è una piccola rivoluzione in tre minuti. La voce di Tony rompe gli schemi del mercato discografico dell’epoca, spinge i confini di ciò che si può fare con la melodia italiana e conquista un pubblico vastissimo. I dischi si vendono a valanga, le radio la trasmettono senza sosta, il nome di Dallara diventa sinonimo di successo.
Il periodo d’oro prosegue senza sosta. Nel 1960 arriva un altro traguardo che lo consacra nella leggenda: con “Romantica” trionfa al Festival di Sanremo in coppia con Renato Rascel. È l’apoteosi: il ragazzo che serviva caffè e faceva l’impiegato è ora sul palco più importante della musica italiana, e porta lassù il suo modo di cantare “esagerato”, finalmente riconosciuto come cifra stilistica e non più come eccesso.
Attorno a quei due titoli-monumento, la carriera di Dallara si arricchisce di altri brani destinati a restare nel cuore della gente: “Ti dirò”, “Bambina bambina” e molte altre canzoni che accompagnano una nazione in piena trasformazione. Non sono semplici motivetti da fischiettare: raccontano, con leggerezza solo apparente, il passaggio da un’Italia ancora legata alle abitudini del passato a un Paese che guarda al domani con fiducia, tra frigoriferi nuovi, automobili in strada e televisori accesi nei salotti.
Un interprete amatissimo dal pubblico italiano
La forza di Tony Dallara non stava solo nei numeri delle vendite – comunque impressionanti, con milioni di dischi piazzati – ma in quel rapporto speciale con il pubblico. I suoi concerti e le apparizioni in tv erano veri e propri eventi popolari: le famiglie si riunivano, i ragazzi imparavano a memoria ogni strofa, le sue canzoni diventavano il sottofondo naturale di feste, fidanzamenti, primi baci e amori che nascevano e finivano sulle sue note.
Il suo modo di dominare il palcoscenico, con una presenza fisica importante e insieme rassicurante, lo trasformò in uno degli interpreti più popolari della sua generazione. Il suo nome entrò di diritto nell’olimpo della musica leggera italiana, accanto a quelli che hanno segnato un’epoca. Ogni passaggio televisivo, ogni festival, ogni ospitata rafforzava l’immagine di un artista che non aveva paura di mettersi in gioco, di esporsi, di dare tutto se stesso in ogni esibizione.
Gli ultimi anni tra televisione, salute fragile e amore del pubblico
Col passare del tempo, inevitabilmente, il corpo si è fatto più fragile, ma il legame con il microfono non si è mai spezzato. Anche negli ultimi anni, segnati da problemi di salute e da un percorso non sempre semplice, Tony Dallara ha continuato a presentarsi quando poteva davanti alle telecamere, come nelle sue partecipazioni a “Domenica In” ospite di Mara Venier. In quelle apparizioni, spesso emozionanti, il pubblico ha potuto rivedere la tempra di un uomo che non ha mai smesso di considerarsi, prima di tutto, un cantante.
Le cronache avevano raccontato anche momenti durissimi, come un periodo di coma da cui era riuscito a riemergere con quella forza d’animo che lo aveva sempre contraddistinto. Nonostante le fatiche e i segni del tempo sul volto, la luce negli occhi e la voglia di intonare ancora una volta le sue melodie restavano intatte. Ogni ritorno in tv era accolto con un affetto quasi familiare, come se l’Italia intera volesse restituirgli almeno una parte di ciò che lui aveva donato per decenni.
L’addio a Tony Dallara e l’eredità di una voce indimenticabile
Oggi, con la notizia della sua scomparsa a 89 anni, il mondo della musica italiana saluta non solo un artista, ma un simbolo. Con lui se ne va l’ultimo grande esponente della stagione degli urlatori, quel movimento che – tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta – ha riscritto le regole della canzone melodica, portando sul nostro panorama sonoro un’energia ritmica e interpretativa mai vista prima.
Resta però ciò che nessuna scomparsa può cancellare: le registrazioni, i dischi, i video, i ricordi. La sua voce continuerà a risuonare ovunque qualcuno decida di premere “play” e lasciare che “Come prima”, “Romantica” e tutti gli altri successi tornino a riempire le stanze. In quelle note c’è ancora la promessa di un tempo in cui la musica era insieme carezza rassicurante e grido di libertà. Ed è forse questa la vera eredità di Tony Dallara: aver insegnato a intere generazioni che una canzone, se cantata con il cuore in gola, può diventare un pezzo di vita condivisa.