Un problema politico per entrambi
La frattura arriva in un momento delicatissimo. Trump ha bisogno che il nuovo scenario mediorientale produca risultati concreti prima delle elezioni di metà mandato. Una nuova escalation militare rischierebbe di trasformare l’accordo con l’Iran in un boomerang politico e di offrire agli avversari un argomento potente contro la Casa Bianca.
Anche Netanyahu, però, si trova davanti a una scelta difficile. Per anni il rapporto privilegiato con Trump è stato uno dei suoi principali punti di forza elettorali. Oggi quella stessa vicinanza rischia di diventare un peso. Una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana considera infatti l’accordo con Teheran una concessione inaccettabile e guarda con crescente sospetto alle mosse di Washington.
Da qui la possibilità, sempre più concreta, che il premier israeliano costruisca la propria campagna elettorale proprio contro la linea dell’ex alleato americano, trasformando il dissenso sull’Iran in un tema identitario e nazionale.
La vera novità, però, è un’altra. Per la prima volta da molti anni un vicepresidente americano arriva a dire pubblicamente che Israele non può permettersi di perdere il sostegno degli Stati Uniti perché non esistono altri alleati comparabili. È una frase che pesa molto più dello scontro personale tra Trump e Netanyahu. Significa che a Washington cresce la convinzione che lo Stato ebraico debba adattarsi a un mondo diverso, meno disposto a seguirne automaticamente le scelte.
Se questa crisi dovesse approfondirsi, non sarebbe soltanto la fine di un’amicizia politica. Sarebbe il segnale di una trasformazione più ampia degli equilibri mediorientali e del rapporto tra Israele e il suo storico protettore americano.