
Crans-Montana, l’annuncio choc del medico sui giovani ustionati: cosa succede adesso – La strage di Crans-Montana, esplosa nella notte di Capodanno all’interno del bar Le Constellation, ha provocato decine di vittime, feriti in condizioni critiche e un trauma collettivo profondo. Quello che avrebbe dovuto essere un momento di festa si è trasformato in un incendio devastante che ha interrotto bruscamente vite, progetti e legami, lasciando dietro di sé non solo un bilancio di morte ma anche un numero elevato di giovani con ustioni estese e conseguenze permanenti. Per chi è sopravvissuto, il tempo sembra essersi fermato tra fiamme e fumo, e ogni giornata successiva si configura come un cammino complesso di cura e riabilitazione.

Crans-Montana, l’annuncio choc del medico sui giovani ustionati: cosa succede adesso
Il rogo di Crans-Montana, che ha tolto la vita a 40 persone tra cui 6 adolescenti italiani, rappresenta uno degli episodi più gravi degli ultimi anni in Europa in ambito di sicurezza nei locali pubblici. L’attenzione mediatica si è inizialmente concentrata sul bilancio delle vittime e sulle responsabilità penali, ma in parallelo è emerso con forza il tema dei percorsi di cura a lungo termine per i ragazzi ricoverati in condizioni critiche. Gli interventi di chirurgia plastica ricostruttiva, insieme all’assistenza intensiva e al supporto psicologico, sono diventati subito elementi centrali delle strategie di trattamento. Le autorità locali hanno reagito con dichiarazioni ufficiali e misure giudiziarie. La vicesindaca Nicole Bonvin Clivaz ha diffuso un messaggio di vicinanza alle famiglie colpite e ha chiesto “perdono” per quanto accaduto, sottolineando il coinvolgimento emotivo dell’intera comunità di Crans-Montana. Sul piano delle indagini, la Procura di Sion ha disposto l’arresto del proprietario del bar, Jacques Moretti, mentre la moglie Jessica è stata posta ai domiciliari con braccialetto elettronico, sulla base di un concreto pericolo di fuga rilevato dagli inquirenti.
Parallelamente agli sviluppi investigativi, è iniziata una fase complessa sul fronte sanitario, che riguarda i giovani trasferiti in condizioni critiche in diversi ospedali specializzati in grandi ustioni. Tra questi, un ruolo di primo piano è svolto dall’ospedale Niguarda di Milano, dove alcuni pazienti stanno affrontando interventi ripetuti e un decorso clinico che si preannuncia lungo e articolato. In questo contesto, le parole degli specialisti assumono particolare rilevanza per comprendere che cosa significhi, concretamente, «ricostruire» dopo un evento di tale gravità.


Le parole del professor Benedetto Longo
Uno dei punti di riferimento in questo ambito è Benedetto Longo, professore associato di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica all’Università di Roma Tor Vergata, che ha illustrato il possibile itinerario terapeutico dei giovanissimi sopravvissuti all’incendio del bar Le Constellation. Intervistato da FattoQuotidiano.it, Longo ha spiegato come, dopo un rogo come quello di Crans-Montana, non sia realistico immaginare un ritorno alla situazione precedente all’incidente. La gestione delle ustioni gravi richiede competenze multidisciplinari e una pianificazione che unisce la fase d’urgenza alla prospettiva di una vera e propria ricostruzione, fisica e funzionale. Il chirurgo ha messo in evidenza che la ricostruzione non coincide con un semplice gesto tecnico volto a coprire una lesione. “Ricostruire non significa soltanto coprire una ferita”. “Vuol dire restituire funzione, espressività, socialità. Un volto che torna a comunicare, una mano che torna a scrivere, un collo che torna a muoversi: sono passaggi che ridanno identità”. Secondo Longo, la chirurgia plastica ricostruttiva diventa così uno strumento per restituire al paziente non solo l’integrità fisica, ma anche la possibilità di reinserirsi nella vita quotidiana. “La chirurgia, sottolinea, non è solo tecnica: quando è fatta bene diventa un linguaggio di dignità. E la chirurgia estrema ti ricorda una cosa: non stai operando una ferita, stai operando una storia. Il vero successo non è la sopravvivenza in sé, ma vedere quel paziente tornare a vivere, con un futuro possibile”.
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