
A quasi vent’anni dal delitto di Garlasco, l’omicidio di Chiara Poggi continua a essere uno dei casi più discussi della cronaca giudiziaria italiana. Il percorso processuale, segnato da accertamenti, perizie e differenti esiti nei vari gradi di giudizio, si è concluso con la condanna definitiva di Alberto Stasi. Tuttavia, la vicenda resta al centro dell’attenzione pubblica anche per le riflessioni di chi, nella fase iniziale, arrivò a una decisione opposta.
A riportare il caso sotto i riflettori è Stefano Vitelli, il giudice che, in qualità di gup a Vigevano, pronunciò la prima assoluzione di Stasi. Nel volume Il ragionevole dubbio di Garlasco, scritto insieme al giornalista Giuseppe Legato e pubblicato da Piemme, Vitelli ripercorre quella scelta e i punti che, a suo avviso, hanno inciso sull’impianto investigativo iniziale.

Delitto di Garlasco: le dichiarazioni di Stefano Vitelli
In un’intervista rilasciata a Il Giorno, Vitelli spiega l’origine del progetto editoriale: “Con la nuova inchiesta di Pavia in tanti mi hanno chiesto di tornare a quella sentenza. Un’intervista un po’ più lunga di altre ha suscitato un certo interesse. Di lì è nata l’idea del libro”. Il magistrato riferisce di aver voluto chiarire, a distanza di anni, il ragionamento che lo portò a confrontarsi con quello che definisce “questo rompicapo processuale”.
Nel racconto compare anche il versante personale della vicenda: Vitelli cita confronti avuti in famiglia e con un amico dotato, secondo le sue parole, di una “grande intelligenza emotiva”, a cui fece ascoltare la chiamata al 118. Elementi che, nel libro, si affiancano agli aspetti tecnici e agli snodi procedurali.

Indagini su Alberto Stasi e il tema della “pista unica”
Uno dei passaggi centrali riguarda l’impostazione dell’attività investigativa. Vitelli sostiene che l’indagine su Alberto Stasi sia stata, fin dall’inizio, “a senso unico”. Secondo il giudice, già nelle prime fasi sarebbero emersi elementi che indicavano la presenza di altre persone nel contesto di Garlasco, circostanza che, nella sua ricostruzione, avrebbe richiesto un perimetro investigativo più ampio.
Il magistrato collega questo aspetto a quello che definisce un limite nell’approfondimento di scenari alternativi. In questa prospettiva, la valutazione del materiale raccolto avrebbe risentito di un’impostazione concentrata su un’unica ipotesi.
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