
Le tensioni in Medio Oriente tornano a incidere sui mercati energetici, con riflessi diretti sul costo dei rifornimenti e sulle prospettive economiche. Dopo lo stallo dei colloqui diplomatici e le dichiarazioni dell’ex presidente statunitense Donald Trump sulla possibile nuova chiusura dello Stretto di Hormuz, aumenta l’attenzione degli operatori su un eventuale rischio di interruzioni nelle forniture.
Lo Stretto di Hormuz è uno snodo marittimo cruciale per il commercio globale di greggio e prodotti raffinati: eventuali limitazioni al traffico navale possono tradursi in volatilità dei prezzi e in un rapido trasferimento dei costi lungo la filiera, dalla materia prima ai distributori.
In questo quadro, segnato da instabilità geopolitica e da timori sulla continuità delle consegne, si inserisce l’allerta di Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia e docente all’Università di Bologna: «Fate subito il pieno di gasolio».

Perché il gasolio è il carburante più a rischio
Secondo Tabarelli, la dinamica dei prezzi potrebbe cambiare nel breve periodo. «I cali sono destinati a fermarsi. Oggi possiamo vedere ancora qualche piccola riduzione rispetto alla scorsa settimana, ma da domani i prezzi torneranno a salire», spiega.
Il punto, tuttavia, non riguarda in modo uniforme tutti i carburanti. «La benzina non è il problema principale: siamo sotto 1,80 euro al litro, un livello relativamente basso anche in una fase di crisi. Il vero nodo è il gasolio, che resta molto più esposto alle tensioni internazionali».
La differenza tra benzina e gasolio, in fasi di shock geopolitico, può dipendere dalla struttura della domanda e dalla maggiore sensibilità dei distillati medi alle criticità logistiche e alle variazioni dei costi di approvvigionamento. Il gasolio, inoltre, è un carburante essenziale per trasporto merci e attività produttive, e questo può accelerare la trasmissione dei rincari lungo la catena dei prezzi.
Per i consumatori, la raccomandazione resta improntata alla prudenza e alla gestione dei consumi. «L’unica cosa che possiamo fare è consumare meno, organizzarsi per dipendere meno dall’auto e rimandare gli spostamenti non indispensabili».
Rischio recessione: cosa può succedere all’economia
L’energia non incide solo sulla spesa per i rifornimenti: può avere un impatto sulle aspettative di imprese e famiglie e, di riflesso, sulla crescita. Tabarelli evidenzia un aumento della probabilità di una fase economica negativa: «Un mese fa lo valutavo intorno al 15%, ma ogni giorno che passa aumenta. Dopo più di trenta giorni di tensioni siamo arrivati a circa il 45%».
Un aumento dei prezzi energetici può infatti riflettersi sui costi di produzione, sulla logistica e sui servizi, con possibili ripercussioni sull’inflazione e sul potere d’acquisto. In questo contesto, la durata della crisi e la continuità dei flussi commerciali restano variabili decisive.
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