
Nell’inchiesta sulla morte di due donne, colpite da un improvviso peggioramento clinico culminato in un collasso multiorgano, gli investigatori stanno valutando con attenzione il ruolo di un amico della famiglia, presente nelle ore cruciali tra l’abitazione e l’ospedale. La ricostruzione degli eventi, ancora in corso, punta a definire con precisione tempi e passaggi che precedono i decessi e a chiarire l’eventuale presenza di una sostanza tossica.

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Secondo quanto ricostruito finora, i primi segnali di malessere si sarebbero manifestati già il giorno di Natale, con sintomi che includono episodi di vomito e disidratazione. Nelle ore successive, prima del ricovero, in casa sarebbe stato tentato un intervento per fronteggiare l’aggravarsi delle condizioni, inizialmente interpretate come un possibile quadro di intossicazione.

L’amico e la flebo a domicilio
Dal 26 dicembre la vicenda entra nella fase centrale delle verifiche investigative. Su richiesta del padre, nella serata di quel giorno sarebbe intervenuto un professore di scienze infermieristiche, indicato come amico di famiglia, che avrebbe praticato una flebo a domicilio per contrastare la forte disidratazione. L’uomo, Gianpiero Mastrogiorgio, viene oggi considerato un supertestimone nell’ambito delle indagini.
La sua presenza, secondo gli elementi raccolti e riportati da Repubblica, non si sarebbe limitata alla somministrazione della flebo. Nelle ore successive si sarebbe recato anche all’ospedale di Campobasso per chiedere aggiornamenti e avrebbe mantenuto contatti continui con Alice, l’unica componente della famiglia rimasta in buone condizioni, accompagnandola anche in alcuni momenti ritenuti rilevanti nella sequenza degli accessi in ospedale.
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