
Una grotta a circa cinquanta metri, il mare agitato, la visibilità che peggiora all’improvviso e poi la tragedia: la morte dei cinque sub italiani alle Maldive non ha ancora una ricostruzione definitiva. Le verifiche in corso puntano su tre scenari principali, indicati anche da addetti ai lavori: possibile perdita di orientamento nel canyon sommerso, un guasto o un’anomalia nelle miscele respiratorie, oppure una dinamica a catena legata al panico durante un tentativo di assistenza reciproca. A quella quota ogni decisione pesa, perché i margini di errore si riducono drasticamente.
Un elemento oggettivo su cui gli investigatori si stanno concentrando riguarda le condizioni ambientali. Le autorità locali avevano diffuso un’allerta meteo gialla già dalla sera prima dell’immersione, con raffiche fino a cinquanta chilometri orari e mare molto mosso. In un’immersione profonda, la combinazione tra correnti, risacca e torbidità può alterare i riferimenti, soprattutto in presenza di sabbia sollevata dal fondale: anche un gruppo esperto, con brevetti avanzati per immersioni tecniche, può trovarsi improvvisamente in difficoltà dentro un passaggio stretto e poco illuminato.
La ricostruzione tecnica passa anche da tempi e procedure. In contesti come grotte e tunnel di corallo, la pianificazione è determinante: gestione dei consumi, controllo delle profondità e rispetto delle tappe previste. Se la visibilità si abbassa, un piccolo ritardo o una manovra non coordinata possono diventare critici, perché aumenta il consumo di gas e diminuisce la capacità di orientamento. Proprio per questo gli investigatori stanno raccogliendo informazioni operative sull’immersione, sulla sequenza dei movimenti e sull’organizzazione a bordo dello yacht di appoggio.
Un altro punto chiave riguarda il recupero e l’analisi degli elementi utili alla ricostruzione: la posizione dei corpi, la disposizione dell’attrezzatura e lo stato delle bombole possono indicare se ci sia stato un tentativo di risalita coordinato oppure una dispersione negli ultimi minuti.

Il rischio del panico e della perdita di orientamento
Tra le ipotesi considerate, quella della perdita di orientamento in un ambiente chiuso e profondo resta centrale. Una grotta sommersa, soprattutto con acqua torbida, può trasformarsi in un labirinto: basta una corrente improvvisa, un punto di riferimento che scompare o un momento di esitazione per compromettere la lucidità. In presenza di un problema a uno dei sub, gli altri potrebbero aver tentato di aiutarlo, con un aumento immediato dello sforzo e del consumo di gas respiratorio.
Gli specialisti di medicina subacquea sottolineano che il panico è un moltiplicatore di rischio. L’agitazione accelera la respirazione, fa salire il battito e porta a consumare più rapidamente la scorta disponibile; inoltre, movimenti disordinati possono peggiorare la torbidità dell’acqua sollevando ulteriore sabbia. In una cavità dove la luce naturale è limitata e gli spazi possono restringersi, anche sub con esperienza possono avere difficoltà nel mantenere una progressione ordinata verso l’uscita.
Per gli investigatori, la disposizione finale del gruppo potrebbe essere un dettaglio decisivo: se i cinque sono stati trovati vicini, potrebbe indicare un tentativo di restare compatti; se invece risultassero distanziati, potrebbe suggerire che negli ultimi momenti si sia verificata una separazione operativa, legata a visibilità scarsa, correnti o a una manovra di emergenza. In ogni caso, l’ambiente di grotta impone procedure particolarmente rigorose, perché un errore di navigazione interna può impedire di ritrovare rapidamente l’uscita.
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