
Una raffica di colpi davanti alla Casa Bianca, l’area immediatamente chiusa e il personale messo al riparo: la serata americana di sabato 23 maggio è stata segnata da una sparatoria a ridosso del complesso presidenziale. Secondo quanto riferito dalle autorità, l’episodio si è concluso con la morte del presunto attentatore, colpito dagli agenti intervenuti sul posto.
L’uomo è stato identificato come il ventunenne Nasir Best. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe aperto il fuoco contro una postazione di sicurezza nei pressi del Gate 17, sul lato ovest dell’edificio. Gli investigatori parlano di circa trenta colpi esplosi prima della risposta degli agenti federali, che hanno reagito neutralizzandolo.
Nel corso dell’azione, una persona sarebbe rimasta coinvolta ed è stata ricoverata in condizioni gravi. Al momento non risultano informazioni ufficiali definitive sulla sua identità e sul ruolo avuto nella dinamica, mentre le verifiche proseguono per ricostruire con precisione i movimenti nell’area al momento degli spari.
All’interno della residenza presidenziale, secondo quanto ricostruito, sono scattate procedure di emergenza. Giornalisti e personale sarebbero stati accompagnati rapidamente in aree protette, inclusa la sala stampa, mentre unità speciali e agenti armati presidiavano i varchi e l’intero perimetro veniva isolato per oltre un’ora.

Dove è avvenuta la sparatoria e come è scattato l’allarme
La zona interessata dall’intervento è quella dei controlli sul lato ovest del complesso, in corrispondenza del Gate 17, uno dei punti di accesso sorvegliati dal Secret Service. Secondo le ricostruzioni preliminari, l’attacco avrebbe preso di mira una postazione di sicurezza, facendo scattare immediatamente l’allerta massima e il blocco della circolazione nelle aree limitrofe.
Fonti investigative riferiscono che sul posto sarebbero arrivati in pochi minuti rinforzi e mezzi federali, con l’obiettivo di mettere in sicurezza i varchi e verificare la presenza di eventuali ulteriori minacce. In questi casi, le procedure prevedono il confinamento delle persone presenti e la bonifica progressiva degli spazi esterni più vicini all’edificio.
Il dispositivo di emergenza ha coinvolto anche l’Fbi, che – secondo quanto comunicato – ha fornito supporto operativo e investigativo al Secret Service nella gestione dell’evento e nelle prime attività di accertamento. Le autorità stanno acquisendo immagini di videosorveglianza e testimonianze per ricostruire sequenza e tempi dell’accaduto.
I precedenti di Nasir Best e i contenuti pubblicati online
Le autorità statunitensi hanno confermato che Nasir Best era già noto ai servizi federali per episodi precedenti legati a problemi psichiatrici e a comportamenti ritenuti ossessivi nei confronti della Casa Bianca. Secondo quanto emerso nelle ore successive, il giovane avrebbe sostenuto di essere “Gesù Cristo”, “Dio” e perfino “il vero Osama bin Laden”.
Sempre secondo quanto riferito, sui suoi profili social avrebbe inoltre scritto di voler fare del male al presidente Donald Trump. Gli investigatori stanno verificando la cronologia dei messaggi e dei contenuti pubblicati, incluse eventuali interazioni e segnali premonitori, per definire il contesto e valutare se vi siano stati elementi sottovalutati o segnalazioni pregresse.
Un punto centrale dell’inchiesta riguarda anche gli interventi precedenti delle forze dell’ordine. Secondo le ricostruzioni, nel giugno 2025 Best era stato fermato dopo aver bloccato una corsia d’accesso alla residenza presidenziale. In quell’occasione era stato sottoposto a una valutazione psichiatrica presso un istituto specializzato di Washington.
Poche settimane dopo, sempre secondo quanto riportato, era stato nuovamente arrestato dopo aver tentato di entrare in un vialetto interno del complesso presidenziale. Un giudice aveva disposto nei suoi confronti un ordine restrittivo che gli vietava di avvicinarsi alla sede della presidenza americana, un elemento che ora viene riesaminato per capire in che modo sia stato possibile tornare nell’area.
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