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Caso ricina, svolta nel caso: la scoperta sul killer

Per nove mesi il caso della ricina è rimasto avvolto nel mistero. Ora, però, qualcosa potrebbe essere cambiato. Le nuove analisi effettuate su decine di reperti potrebbero infatti permettere agli investigatori di capire dove e, soprattutto, come sia entrato in contatto con la potente sostanza che ha provocato la morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni. La tragedia risale allo scorso Natale e ha portato il piccolo comune molisano di Pietracatella al centro di un’inchiesta per duplice omicidio premeditato, ancora formalmente contro ignoti. Al centro degli accertamenti ci sono ora alcuni risultati arrivati dalla Germania.

Le analisi del Robert Koch Institute sui 131 reperti

A partire dal 7 luglio sono stati prelevati 131 reperti dall’abitazione della famiglia, tra alimenti, stoviglie e indumenti. Il materiale è stato sottoposto anche agli esperti del Robert Koch Institute di Berlino, istituto specializzato nello studio di sostanze tossiche e nelle analisi ambientali e investigative. Proprio da queste verifiche sarebbe emersa la presenza di tracce di ricina su alcuni reperti. Un elemento che potrebbe avere un peso importante nell’inchiesta, perché consentirebbe agli investigatori di restringere il campo rispetto al luogo in cui la sostanza sarebbe stata utilizzata. Se la ricina fosse stata effettivamente maneggiata all’interno dell’abitazione, infatti, diventerebbe fondamentale stabilire quali oggetti siano entrati in contatto con il veleno e chi li abbia utilizzati.

La cena del 23 dicembre e il mistero dell’ingestione

La serata sulla quale si concentrano gli accertamenti è quella del 23 dicembre. A cena, in casa, c’erano Antonella, Sara e Gianni Di Vita, marito della donna e padre della ragazza. Alice, la figlia maggiore, quella sera era invece fuori con alcune amiche. Antonella e Sara morirono dopo l’avvelenamento, mentre Gianni accusò inizialmente disturbi gastrointestinali simili, senza però aver assunto la sostanza. A marzo il Centro Antiveleni di Pavia aveva individuato proprio nella ricina la causa della morte delle due vittime. Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni “Maugeri” di Pavia, ha spiegato che, sulla base degli accertamenti disponibili, non ci sarebbero elementi per parlare di iniezione o inalazione. L’ipotesi indicata dal medico è quindi quella dell’ingestione. Resta però da stabilire se la presenza della sostanza sia stata provocata volontariamente oppure accidentalmente.

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