
Una macchina fotografica al collo, lo scooter pronto a partire e quella capacità rara di trovarsi sempre nel posto giusto, proprio quando qualcosa stava per accadere. Per oltre sessant’anni Umberto Pizzi ha attraversato Roma così: inseguendo volti, gesti, incontri e soprattutto quei dettagli capaci di raccontare un’epoca meglio di qualsiasi discorso. Ora quell’obiettivo si è fermato. Il fotografo, nato a Zagarolo nel 1937, è morto dopo una lunga attività professionale che lo aveva portato a immortalare politici, artisti, imprenditori, personaggi dello spettacolo e protagonisti della vita pubblica italiana.
Pizzi ha lasciato un archivio umano e fotografico sterminato, costruito osservando per decenni il Paese dai palazzi della politica alle feste mondane, dai grandi eventi agli incontri apparentemente marginali. Un modo di fotografare che non si limitava al volto davanti all’obiettivo: cercava il carattere, l’atteggiamento, la contraddizione.

Umberto Pizzi, il fotografo che raccontava Roma
Per chi lo conosceva, Umberto Pizzi era molto più di un fotografo di cronaca. Era un osservatore instancabile, capace di leggere le persone prima ancora di fotografarle. La sua professione, racconta il ricordo affidato a queste pagine, coincideva quasi completamente con la sua esistenza.
Una delle sue frasi più ricorrenti raccontava anche il suo modo di stare nel mondo: “Ricordati sempre che io sono un compagno, ma del genere comunista sentimentale. Che Guevara più Berlinguer. Ma Enrico l’ho fotografato, mentre Ernesto no e questo è il mio più grande cruccio professionale”.
Era una dichiarazione ironica, ma anche profondamente personale. Pizzi aveva infatti fotografato alcune delle figure più importanti della storia italiana contemporanea, riuscendo a mantenere nei loro confronti uno sguardo curioso e indipendente. E non dimenticava le persone lontane dai riflettori. A chi incontrava poteva rivolgere un semplice “Fermo un attimo”, prima di scattare una fotografia e poi mandarla insieme a “un abbraccio”.

Umberto Pizzi e Berlinguer, la fotografia diventata memoria
Tra i suoi soggetti più amati c’era Enrico Berlinguer, che Pizzi ricordava con particolare emozione. Una delle immagini più significative nacque quasi per caso, quando il fotografo vide il segretario del Pci uscire dall’ospedale San Giacomo, in via di Ripetta, dove era andato a trovare il suo portavoce Antonio Tatò.
Pizzi raccontava così quella sequenza: “Gli feci una foto famosa – narrava sempre Umberto – per cui non presi una lira perché la regalai. Un giorno lo vidi uscire dall’ospedale San Giacomo a via di Ripetta dove era andato a trovare il suo portavoce, Antonio Tatò, e lo seguii da lontano. Arrivato a piazza Augusto Imperatore si fermò a salutare tre operai che erano in pausa, con la carriola, i panini, gli attrezzi. Fu una sequenza emozionante. Scattai con il teleobiettivo”.
In quella scena c’era uno dei tratti distintivi del suo lavoro: la capacità di intercettare il momento nel quale il personaggio pubblico lasciava spazio alla persona. Non cercava necessariamente la posa ufficiale, il sorriso preparato o l’immagine istituzionale. Spesso aspettava che qualcosa accadesse spontaneamente.
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