
Il premio di maggioranza al Senato è al centro di un passaggio particolarmente delicato per il Melonellum, la nuova legge elettorale sostenuta dal centrodestra. L’attenzione si concentra sulla possibile valutazione della Corte costituzionale, chiamata a misurarsi con un meccanismo che potrebbe incidere sull’equilibrio della rappresentanza regionale.
Secondo la ricostruzione che emerge, a Palazzo Chigi si starebbe già lavorando a una soluzione alternativa. L’obiettivo sarebbe evitare che un’eventuale correzione della Consulta comprometta il bonus previsto dalla riforma, uno degli elementi più rilevanti dell’impianto costruito dalla maggioranza.

Melonellum, il premio al Senato nel nodo della base regionale
Il punto più discusso riguarda l’assegnazione nazionale di un pacchetto di 35 senatori alla coalizione vincente. Il nodo nasce dall’articolo 57 della Costituzione, che stabilisce come il Senato sia eletto su base regionale. Un premio calcolato sull’esito nazionale potrebbe quindi alterare i rapporti emersi dal voto nelle singole regioni.
Il caso preso in considerazione è quello di una coalizione capace di prevalere nel risultato complessivo, ma sconfitta in alcuni territori. Con il meccanismo previsto, il bonus nazionale potrebbe farle ottenere più seggi anche nelle regioni nelle quali un’altra forza politica abbia raccolto un consenso maggiore. È questo il profilo che ha acceso i riflettori sulla compatibilità costituzionale della norma, anche nel corso delle audizioni con gli esperti.

La posizione della maggioranza e gli altri nodi della riforma
La maggioranza mantiene una posizione differente. Per il centrodestra, il premio di maggioranza resta uno strumento legittimo e utile ad avvicinare il sistema di elezione del Senato a quello della Camera. Il quadro, tuttavia, resta delicato: sarebbero in corso interlocuzioni informali tra figure vicine al governo, tecnici e strutture parlamentari per valutare l’esposizione della riforma a un possibile intervento della Corte.
Nel dossier compaiono anche altri elementi potenzialmente contestati. Tra questi, la soglia di 300 mila firme richiesta alle forze che non dispongono di un simbolo già presente alle precedenti elezioni e la mancata previsione di una quota minima del 40 per cento di donne tra i capilista. Ma il tema del premio al Senato resta il passaggio più rilevante.
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