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Scontri a Milano, parlano i genitori dei fermati: “Mio figlio? Un p***a”

Rabbia, delusione e paura. Davanti alla Questura di via Fatebenefratelli, a Milano, le ore trascorrono nell’attesa di riabbracciare i figli fermati dopo gli scontri di sabato 17 e domenica 18 ottobre. Ci sono madri che cercano di trattenere le lacrime, padri che non nascondono la propria indignazione e famiglie ancora alle prese con domande senza risposta. Per alcuni genitori, la notizia è arrivata attraverso un video sui social; altri hanno ricevuto una telefonata nel cuore della notte, con l’invito a rivolgersi a un avvocato. E davanti a quanto accaduto, le reazioni non sono tutte uguali: c’è chi difende i ragazzi e chi, pur volendo riabbracciare il proprio figlio, non intende giustificarne eventuali responsabilità.

Scontri a Milano, la rabbia dei genitori

«Mio figlio? È stato un pirla. Se ha sbagliato, pagherà». Le parole di un padre arrivato a Milano per riprendere il figlio restituiscono il clima che si respira davanti alla Questura. La preoccupazione per le sorti dei ragazzi si intreccia con la rabbia per comportamenti che, se accertati, rischiano di avere conseguenze pesanti.

Un altro genitore, parlando al telefono e poi rivolgendosi al figlio, arriva a dire: «Gli avrei spaccato la testa». È uno sfogo che esprime la tensione del momento, ma anche la distanza tra le aspettative delle famiglie e quanto sarebbe accaduto durante le proteste.

C’è poi l’amarezza di chi è arrivato in Italia da decenni, ha lavorato duramente e si ritrova ad affrontare una situazione che non avrebbe immaginato. «Venire qua dopo 30 anni in Italia a spaccarmi la schiena tutti i giorni al lavoro…», racconta un padre, prima di ribadire la propria posizione: «Sono deluso. Se ha sbagliato, pagherà».

Scontri a Milano, «Mi avevano detto che andavano in Duomo»

Per diverse famiglie, il punto più difficile da accettare è capire come i figli siano finiti coinvolti negli eventi che hanno portato ai fermi. Molti genitori sostengono di non essere stati a conoscenza delle reali intenzioni dei ragazzi e di aver appreso la notizia soltanto dopo l’intervento delle forze dell’ordine.

«Oggi dovevano andare a scuola. Mi avevano detto che andavano in Duomo», racconta un padre. Un altro riferisce di aver contattato il figlio e di aver ricevuto una risposta apparentemente tranquilla: «L’ho chiamato, mi ha detto che era con gli amici in centro».

Anche una madre racconta che il ragazzo le aveva parlato di un’uscita in Duomo con un amico e le aveva accennato al fatto «che c’era casino». La sua convinzione è che il figlio «si sia trovato in mezzo».

Sono testimonianze che restituiscono il disorientamento delle famiglie, ma che non permettono, da sole, di ricostruire il ruolo di ciascun fermato. La presenza in una zona interessata dagli scontri, infatti, non chiarisce automaticamente che cosa abbia fatto una singola persona. Per stabilire eventuali responsabilità saranno determinanti gli elementi raccolti dagli investigatori e le valutazioni dell’autorità giudiziaria.

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