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“È stato lui”. Marco Poggi sgancia la bomba a Quarto Grado: “Non avrei voluto dirlo, ma…”

Dal 2007 ai processi: il rapporto con Alberto Stasi

Marco Poggi ha ripercorso anche la fase iniziale della vicenda giudiziaria, ricordando che all’inizio del 2007 la famiglia non riteneva Stasi colpevole. Nella sua ricostruzione: “All’inizio del 2007 non credevamo nella colpevolezza di Alberto Stasi. L’abbiamo difeso veramente tanto e anche quando era stato incarcerato, personalmente ero convinto che fosse innocente, convinto che stavano sbagliando. Quando è uscita la notizia della scarcerazione ero contento perché ero convinto che non c’entrasse nulla. Era proprio l’ultima persona che volevamo potesse essere stato, perché Chiara, in quel periodo lì, aveva lui come persona più vicina e che le dava più affetto”.

Ha aggiunto che, con il tempo, la lettura di passaggi specifici degli atti lo ha portato a cambiare percezione: “Leggendo le motivazioni della scarcerazione ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie, di così tante cose che non tornano. C’erano dei passaggi sulla spiegazione del Dna di Chiara che fu trovato sui pedali che mi avevano lasciato un po’ stranito. Non è che perché viene aperta un’indagine, significa che abbiamo un convincimento diverso. Secondo me, sarebbe ancora più grave se lo cambiassimo solo perché era partita questa indagine. Questo vorrebbe dire che non abbiamo creduto alla condanna che c’era stata negli anni passati”.

Secondo Marco Poggi, la convinzione sulla colpevolezza di Stasi deriva dall’andamento dei procedimenti giudiziari: “Il convincimento nasce dall’aver seguito un po’ tutti i processi e le discussioni in aula. (…) Tutte le prove, anche quelle nuove, che sono state discusse nei vari procedimenti, le perizie in contraddittorio e le sentenze che sono state emesse, ci hanno convinto in maniera definitiva”.

La nuova inchiesta su Andrea Sempio e la convinzione della famiglia

In merito agli elementi emersi nella nuova indagine della Procura di Pavia, Marco Poggi ha riferito di non esserne convinto: “Non mi hanno convinto. Ho letto un po’ anche le varie memorie e le informative, non ho cambiato la mia idea. Ovviamente, vedremo. Non ci siamo mai nascosti, siamo convinti che Alberto Stasi è colpevole, e convinti che le ultime sentenze a cui siamo arrivati nei processi siano la verità. Non pretendiamo che la nostra convinzione diventi verità per tutti, non l’abbiamo mai preteso e non lo pretenderemo mai, quello che ci dispiace è che non ci sia rispetto”.

Screenshot dell’intervista di Marco Poggi a Quarto Grado

Il rammarico per i metodi d’indagine e il silenzio istituzionale

Nel corso dell’intervista, Marco Poggi ha parlato anche dell’impatto personale e familiare dei recenti sviluppi, facendo riferimento alle modalità con cui sarebbero stati condotti alcuni accertamenti. Ha dichiarato: “siamo rimasti un po’ dispiaciuti. Posso capire le intercettazioni nel mio caso, avrei trovato più strano il contrario. Dispiace che fossero coinvolti i miei, a loro si potevano evitare. In generale, di questa indagine, ci ha amareggiato essere tenuti sempre da parte, quasi come se non esistessimo. Anche il prelievo del Dna di nascosto, dalla spazzatura o con modalità strane come nel mio caso, non è una cosa che ti fa piacere, perché la morte di Chiara è qualcosa di nostro”.

A quasi 19 anni dall’omicidio di Chiara Poggi, Marco Poggi ha ricordato che l’attuale quadro vede da un lato la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di reclusione e dall’altro l’apertura di una nuova inchiesta della Procura di Pavia che indaga su Andrea Sempio per omicidio pluriaggravato. Sul rapporto con gli inquirenti e sulle comunicazioni istituzionali, ha aggiunto: “Capiamo le questioni dell’indagine, ma essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato. Sinceramente, mi aspettavo anche che all’apertura delle indagini, prima ancora che uscisse sui media, ci convocassero per dirci banalmente ‘So che siate convinti di altro. È stato condannato in via definitiva, però noi siamo convinti di un’altra cosa e abbiamo deciso di aprire questa indagine’. Non sarà scritto in nessun libro di diritto, di procedure però penso come segno di rispetto e umanità me lo aspettavo. Mi spiace che non ci sia mai stato neanche un colloquio di questo tipo”.

La pressione dei social e la smentita delle fake news

Marco Poggi ha affrontato anche il tema dell’esposizione mediatica e dei contenuti circolati online. Riguardo ai contatti con Alberto Stasi, ha affermato: “Non abbiamo mai avuto nessun contatto con lui, non ci ha mai scritto”.

In relazione al clima sui social e alla polarizzazione del dibattito, ha precisato: “Tengo per me quello che posso aver pensato e pensare. Perché in questo momento i toni sono talmente alti, le tifoserie talmente schierate e le opinioni così polarizzate che non voglio alimentarle. Vorrei che i toni si abbassassero un po’”.

Ha poi spiegato le ragioni che lo hanno spinto a intervenire pubblicamente: “Io non ho mai sopportato e forse neanche accettato tutta questa esposizione mediatica di quello che purtroppo è successo a Chiara. Da quest’ultimo anno, da questa riapertura, la mia figura è stata molto più coinvolta ed è stata un po’ più chiacchierata. Era da diverso tempo che pensavo di parlare, anche per fare finire tutte le relazioni, allusioni e questo alone di mistero che c’è sulla mia figura”.

Tra le conseguenze più pesanti, ha indicato l’accusa di un suo possibile coinvolgimento: “Non è quello che pensavo ovviamente di dover affrontare diciotto anni dopo. Non so veramente come si sia arrivati a questo punto” e ancora: “Ovviamente essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore è la cosa che difficilmente mi andrà più via. Ho imparato a conviverci”.

Marco Poggi ha citato anche le ricostruzioni circolate sul luogo in cui si trovava il giorno dell’omicidio, parlando delle emozioni vissute: “Non è stato facile. (…) I sentimenti che ho provato di più in quest’ultimo anno sono rabbia e stanchezza”.

Riguardo alle voci su una presunta permanenza in una clinica psichiatrica, ha chiarito: “È stato detto di tutto e di più, probabilmente il fatto di non aver mai rilasciato interviste può avere alimentato anche queste voci. C’è anche un minimo di colpa da parte mia… nel senso che se forse avessi fatto interviste prima, tutte queste voci e teorie non sarebbero nate”, spiegando di averlo detto all’intervistatrice Martina Maltagliati.

Infine, sulle insinuazioni relative a un presunto giro di sostanze stupefacenti, ha concluso: “Non l’ho neanche mai provata, per cui siamo nella fantasia che più fantasia”.

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