
Diciannove anni dopo la morte di Chiara Poggi, Giuseppe Poggi e Rita Preda hanno scelto di parlare pubblicamente. Lo hanno fatto davanti alle telecamere di Verissimo, tornando su una vicenda che continua a riaccendere l’attenzione dell’opinione pubblica. Ma questa volta il centro del loro racconto non sono state soltanto le indagini, i processi o i nuovi elementi al vaglio degli investigatori. È stata soprattutto Chiara, la figlia che i due genitori vorrebbero finalmente poter ricordare senza essere nuovamente travolti dal clamore mediatico.

«Per noi vale la sentenza dello Stato italiano»
Giuseppe e Rita hanno ribadito con chiarezza la loro posizione sull’omicidio della figlia. Per loro, il responsabile resta Alberto Stasi, l’unica persona condannata in via definitiva per il delitto e attualmente in carcere per una pena di 16 anni. La nuova inchiesta della Procura di Pavia, che ha coinvolto anche Andrea Sempio, non ha cambiato il loro convincimento.
«Per noi vale quello che ci ha detto la sentenza dello Stato italiano. Quando la giustizia italiana ci dirà qualcos’altro, noi ne prenderemo atto», hanno spiegato durante l’intervista. Giuseppe ha ricordato il peso dei procedimenti affrontati dalla famiglia: «Abbiamo fatto 5 processi durati 8 anni, e sono lunghi». E proprio per questo, ha aggiunto, non sarebbe possibile cambiare idea semplicemente perché una procura ha aperto una nuova indagine: «Non è che perché una procura fa un’indagine, allora si accende la lampadina e uno cambia idea».
Il risarcimento e quella scelta nei confronti della famiglia Stasi
Nel corso dell’intervista è stato affrontato anche il tema del risarcimento stabilito nella sentenza di condanna di Stasi. Giuseppe e Rita hanno chiarito che la loro posizione non dipende in alcun modo dal timore di dover restituire il denaro nel caso in cui la vicenda giudiziaria dovesse avere un nuovo esito.
I genitori di Chiara hanno infatti raccontato di aver raggiunto una transazione con la madre di Alberto Stasi, accettando una cifra inferiore rispetto a quella prevista proprio per venirle incontro. Il denaro, hanno spiegato, è stato conservato su un conto corrente. Per loro, dunque, la questione economica non avrebbe alcun peso nella convinzione maturata dopo anni di processi e accertamenti.
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