
Il tribunale di Reggio Emilia ha assolto Vittorio Sgarbi nel procedimento legato al presunto riciclaggio di un dipinto seicentesco attribuito a Rutilio Manetti. La decisione, pronunciata il 16 febbraio 2026, chiude una vicenda giudiziaria che per anni ha alimentato attenzione pubblica e dibattito, incrociando il tema della circolazione delle opere d’arte con quello della tutela del patrimonio culturale.
Al centro del caso vi era una tela indicata come La cattura di San Pietro, mostrata da Sgarbi nel 2021. L’ipotesi investigativa sosteneva che l’opera fosse riconducibile a un bene sottratto nel 2013 dal castello di Buriasco, in provincia di Torino, e che alcuni interventi successivi avessero avuto lo scopo di nasconderne l’origine.
L’assoluzione rappresenta l’esito di un iter complesso, segnato da passaggi di competenza tra uffici giudiziari e da un forte impatto mediatico. Per l’ex sottosegretario, la sentenza sancisce la conclusione di un periodo in cui il suo nome è rimasto associato a sospetti particolarmente rilevanti sul piano reputazionale.
Il giudice, nel rito abbreviato, ha ritenuto che non vi fossero elementi sufficienti per sostenere l’accusa oltre ogni ragionevole dubbio, disponendo l’assoluzione con la formula dell’insufficienza di prove. In precedenza, altre contestazioni erano già state archiviate, lasciando in piedi il solo capo relativo al riciclaggio.

Il dipinto conteso e l’ipotesi del furto del 2013
Secondo la ricostruzione della Procura di Reggio Emilia, la tela esposta da Sgarbi nel 2021 sarebbe stata la stessa rubata nel 2013 dal castello di Buriasco. L’attenzione degli inquirenti si è concentrata sulla possibilità che l’opera, una volta sottratta, fosse stata sottoposta a interventi capaci di modificarne l’aspetto e renderne più difficile la riconoscibilità.
Il punto decisivo, in questo tipo di procedimenti, riguarda la dimostrazione della consapevolezza dell’origine illecita del bene e l’eventuale volontà di ostacolare la sua identificazione. In assenza di riscontri considerati solidi, l’ipotesi di riciclaggio non ha retto al vaglio del giudice, nonostante la lunga fase di approfondimenti e accertamenti.
La difesa ha sempre contestato l’impostazione accusatoria, sostenendo che gli elementi emersi non consentissero di attribuire responsabilità penali al critico d’arte e politico. Nel corso del dibattimento, la distinzione tra operazioni di restauro o interventi conservativi e condotte finalizzate a mascherare una provenienza illecita è rimasta uno snodo centrale.
Dall’inchiesta al tribunale: richiesta di condanna e assoluzione
L’inchiesta ha avuto una genesi articolata: inizialmente avviata a Macerata, è stata poi trasferita a Reggio Emilia per ragioni di competenza territoriale. Nel rito abbreviato, il procuratore Gaetano Calogero Paci aveva avanzato una richiesta di condanna pari a tre anni e quattro mesi di reclusione, indicando una valutazione severa dell’impianto accusatorio.
La decisione finale, però, è stata di segno opposto. L’assoluzione con la formula dell’insufficienza di prove ha avuto l’effetto di indebolire il quadro ricostruito dall’accusa, già ridimensionato dal fatto che contestazioni come la contraffazione di beni culturali e l’autoriciclaggio risultavano in precedenza archiviate.
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