Avvelenamento con ricina: verifiche su chi è entrato in casa il 23 dicembre
Al momento il fascicolo risulta senza indagati, ma l’attività si concentra sulla ricostruzione di chi è entrato in casa il 23 dicembre e su eventuali accessi compatibili con la dinamica ipotizzata.
Secondo quanto emerso, Laura Di Vita avrebbe rappresentato agli inquirenti di essere stata a cena quella sera con un altro nipote. Tuttavia, la sua conoscenza dei luoghi e la prossimità delle abitazioni renderebbero necessari ulteriori riscontri sui movimenti e sulle possibilità di accesso.
Ricina e avvelenamento
Il cuore dell’indagine resta la possibile esposizione alla ricina, sostanza altamente tossica derivata dai semi del ricino. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato da Il Messaggero, le condizioni cliniche di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sarebbero rapidamente precipitate nelle ore precedenti il decesso, con sintomi compatibili con un avvelenamento sistemico.
L’attenzione degli investigatori si concentra ora su un audio registrato da un giornalista del Tg1 all’interno dell’abitazione della famiglia nel giorno della tragedia. Nella registrazione, trasmessa nell’edizione del 18 aprile, una dottoressa descrive un quadro clinico allarmante. Le sue parole sono precise e restano centrali nelle verifiche: «Ti dico quello che sto osservando: allora Di Vita ha più di 112 mila piastrine… Poi un’altra cosa: la bilirubina totale è alta. È alta per Sara, Antonella e anche per Gianni Di Vita: aumenta sempre di più, è indiretta e non coniugata».
Elementi che, secondo gli esperti, possono essere compatibili con un’intossicazione da sostanze tossiche ad azione sistemica, tra cui la stessa ricina.
Le analisi su Gianni Di Vita
La posizione di Gianni Di Vita diventa ora uno degli snodi centrali dell’inchiesta. Se inizialmente le attenzioni si erano concentrate esclusivamente su Antonella Di Ielsi e sulla giovane Sara Di Vita, l’audio rilanciato dal Tg1 introduce un elemento che cambia il perimetro investigativo: anche l’uomo mostrerebbe valori ematici alterati.
Come riporta Il Messaggero, le analisi evidenzierebbero una crescita della bilirubina e anomalie nelle piastrine, parametri che potrebbero essere coerenti con un’esposizione alla stessa sostanza sospetta. Un dato che, tuttavia, si scontra con indiscrezioni precedenti secondo cui il Centro Antiveleni di Pavia non avrebbe rilevato tracce di ricina nel sangue dell’uomo. Un’apparente contraddizione che gli inquirenti stanno cercando di chiarire attraverso nuovi accertamenti.
Il punto centrale resta aperto: se anche Gianni Di Vita è entrato in contatto con il veleno, si è trattato di una contaminazione accidentale o di un coinvolgimento diretto nella dinamica che ha portato alla morte di moglie e figlia?
Il mistero dell’intossicazione e le indagini
È su questo interrogativo che si concentra oggi l’intero lavoro investigativo. Gli inquirenti stanno ricostruendo le ultime ore trascorse all’interno dell’abitazione della famiglia, incrociando testimonianze, analisi cliniche e tracciamenti dei contatti. La presenza di un possibile terzo soggetto con valori compatibili con l’intossicazione apre infatti due scenari radicalmente opposti.
Da un lato, l’ipotesi di un evento esterno o di una contaminazione accidentale che avrebbe coinvolto l’intero nucleo familiare. Dall’altro, una pista molto più complessa, che ipotizza la possibilità di un gesto volontario o di una dinamica interna ancora tutta da chiarire, in cui il ruolo di Gianni Di Vita diventerebbe cruciale per comprendere la sequenza degli eventi.
Gli investigatori, al momento, non escludono alcuna pista e continuano a lavorare sulle discrepanze emerse tra i diversi referti. L’obiettivo è stabilire con precisione se l’uomo sia stato una terza vittima inconsapevole o se la sua posizione debba essere riletta alla luce dei nuovi elementi clinici e delle registrazioni acquisite.