El Niño, quanto pesa sul caldo degli oceani
Una parte della spiegazione porta verso il Pacifico tropicale, dove si sta sviluppando El Niño. Si tratta di un fenomeno naturale che modifica periodicamente la distribuzione del calore nell’oceano e nell’atmosfera, influenzando la circolazione atmosferica e, di conseguenza, temperature e precipitazioni in molte parti del mondo.
La World Meteorological Organization (WMO) ha segnalato nelle ultime settimane un progressivo rafforzamento di El Niño, prevedendo che possa diventare un importante fattore di influenza sul clima globale nell’agosto-ottobre 2026. L’Organizzazione sottolinea in particolare la maggiore probabilità di temperature superiori alla media in molte aree del pianeta e di significativi cambiamenti nei regimi delle precipitazioni.
Anche la NOAA ha rilevato che El Niño si è rafforzato nel corso dell’ultimo mese. Nell’aggiornamento del 13 agosto, l’agenzia statunitense indicava oltre il 90% di probabilità che l’evento raggiungesse condizioni molto forti nell’autunno e nell’inverno 2026-2027.
Ma El Niño non va confuso con la causa del riscaldamento globale. Il fenomeno può amplificare temporaneamente il calore e modificare la distribuzione delle temperature, ma si inserisce in una tendenza di fondo determinata dall’aumento delle concentrazioni di gas serra dovuto alle attività umane. È questa combinazione tra una base climatica già più calda e una fase naturale come El Niño a rendere il momento particolarmente interessante per gli esperti.

Oceano caldo, cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi
La domanda più delicata è naturalmente quella sulle conseguenze. Un oceano più caldo significa innanzitutto più energia disponibile nel sistema climatico. Le acque marine assorbono una parte enorme del calore accumulato dal pianeta e, quando la loro temperatura aumenta, possono influenzare gli scambi con l’atmosfera.
Uno degli effetti più osservati riguarda le ondate di calore marine. Temperature insolitamente elevate e persistenti possono sottoporre a forte stress coralli, praterie marine e numerose altre forme di vita, modificando la distribuzione delle specie e gli equilibri degli ecosistemi. Nel lungo periodo possono emergere conseguenze anche per la pesca e per le comunità che dipendono dalle risorse marine.
C’è poi il livello del mare. L’acqua, quando si riscalda, tende a espandersi: la cosiddetta espansione termica contribuisce quindi all’innalzamento degli oceani, insieme alla perdita di ghiaccio continentale. Per le zone costiere questo rappresenta un fattore di rischio aggiuntivo, soprattutto quando si combina con mareggiate e altri eventi estremi.
Il calore del mare può inoltre alimentare l’atmosfera di umidità ed energia, creando condizioni favorevoli a precipitazioni molto intense in determinate configurazioni meteorologiche. El Niño può alterare ulteriormente la circolazione atmosferica, aumentando in alcune regioni la probabilità di siccità e in altre quella di piogge abbondanti. Ma qui torna il tema dell’incertezza: conoscere il fenomeno non significa poter stabilire in anticipo con precisione assoluta quale sarà il tempo in ogni singola area.
È quindi più corretto parlare di aumento delle probabilità e dei rischi, piuttosto che di conseguenze inevitabili. La WMO stessa utilizza scenari probabilistici proprio perché il sistema climatico è complesso e gli effetti di El Niño cambiano da una regione all’altra. Il record oceanico non permette dunque di dire che cosa accadrà domani, ma aggiunge un elemento concreto a un quadro che gli esperti stanno monitorando con attenzione: un oceano sempre più caldo, un El Niño in rafforzamento e una tendenza climatica di fondo che continua a spingere verso temperature elevate.