Il rebus del terzo nome alle primarie del campo largo
Finora la partita è stata descritta soprattutto come un possibile duello tra Elly Schlein, segretaria del Pd, e Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle. Entrambi guidano le principali forze dell’opposizione parlamentare e rappresentano due culture politiche diverse, pur avendo già collaborato in alcune competizioni elettorali e nelle iniziative comuni contro il governo.
Accanto ai due leader, nelle ultime settimane sono circolati diversi nomi legati al mondo amministrativo, civico e riformista. Tra quelli più citati figurano Silvia Salis, sindaca di Genova, Giorgio Gori, eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo, Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, ed Ernesto Maria Ruffini. Si tratta di profili differenti per esperienza, collocazione e capacità di parlare a elettorati diversi.
La presenza di più candidature potenziali segnala l’esistenza di una ricerca ancora aperta. L’obiettivo sarebbe individuare una figura in grado di ampliare il consenso della coalizione verso l’elettorato moderato, i cittadini che non si riconoscono pienamente nei partiti e una parte dell’area riformista. Al momento, però, non è emerso un nome in grado di raccogliere un consenso unanime.
Renzi ha dato particolare attenzione alla figura di Salis, indicandola come una possibile risorsa per una proposta alternativa. La sindaca genovese, eletta nel 2025, viene considerata un profilo amministrativo capace di muoversi fuori dalle tradizionali dinamiche di partito. La sua eventuale disponibilità, tuttavia, non risolve da sola il nodo politico della rappresentanza centrista nella coalizione.
Ogni candidatura lanciata troppo presto rischia inoltre di essere esposta a veti, critiche e divisioni prima che il confronto sia entrato nella fase decisiva. Per questo la discussione sui nomi procede insieme, e talvolta in anticipo, rispetto a quella sulle regole. È un passaggio delicato: senza un accordo sul metodo, anche la scelta della leadership potrebbe trasformarsi in un ulteriore motivo di frizione.
Perché Matteo Renzi potrebbe scegliere la candidatura diretta
La possibile discesa in campo di Matteo Renzi seguirebbe una logica precisa. Italia Viva si colloca da anni nell’area riformista e rivendica posizioni spesso distinte da quelle del Pd e del Movimento 5 Stelle su economia, lavoro, politica estera, Europa e rapporto tra istituzioni e imprese. Affidare a un candidato esterno la rappresentanza di questa impostazione comporterebbe, inevitabilmente, una mediazione.
Con una candidatura personale, invece, Renzi avrebbe la possibilità di sottoporre direttamente agli elettori una piattaforma politica riconoscibile. Il confronto non sarebbe soltanto sulla scelta del volto destinato a guidare l’opposizione, ma sulle priorità programmatiche di un’eventuale alleanza. Sarebbe un passaggio politico rilevante soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche.
L’ex premier dispone inoltre di un elemento che molti candidati civici non possiedono: un’identità pubblica già consolidata. La sua esperienza alla guida del governo, la lunga militanza nel Partito Democratico, la fondazione di Italia Viva e le posizioni assunte negli ultimi anni lo rendono una figura immediatamente riconoscibile. Questo può rappresentare un vantaggio in una campagna breve e ad alta esposizione mediatica.
La notorietà, naturalmente, non equivale automaticamente al consenso. Renzi resta una personalità divisiva e una candidatura alle primarie metterebbe alla prova il suo peso elettorale al di fuori della tradizionale trattativa tra partiti. Proprio per questa ragione, la scelta sarebbe una scommessa: potrebbe rafforzare il ruolo di Italia Viva, ma un risultato debole avrebbe conseguenze politiche difficili da ignorare.
Nei sondaggi Italia Viva viene generalmente accreditata di percentuali vicine o inferiori al 3 per cento. Le rilevazioni non coincidono sempre e fotografano scenari diversi, ma il dato evidenzia una difficoltà strutturale del partito. Una consultazione popolare, se organizzata con una partecipazione ampia, offrirebbe a Renzi un’occasione diversa per misurare la capacità di mobilitare elettori e simpatizzanti.
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