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Caso ricina, il vero obiettivo era Gianni Di Vita? Ecco cosa è emerso

La nuova ipotesi sul possibile bersaglio

Nei recenti confronti tra magistrati e forze dell’ordine sarebbe emersa la necessità di esaminare con maggiore precisione la rete di relazioni, personali e professionali, che ruota attorno a Gianni Di Vita. L’eventualità che l’uomo fosse il destinatario dell’avvelenamento modifica in modo rilevante la lettura dei fatti e rende necessario ricostruire ogni contatto utile nei mesi precedenti alla tragedia.

In una prima fase, l’ipotesi prevalente sembrava indicare Antonella Di Ielsi come possibile destinataria dell’aggressione. Ora, invece, l’indagine prenderebbe in considerazione una dinamica diversa, nella quale moglie e figlia potrebbero essere state coinvolte pur non rappresentando il bersaglio originario. Un passaggio delicato, che dovrà essere sostenuto esclusivamente da elementi oggettivi.

Secondo indiscrezioni circolate nel corso di approfondimenti giornalistici dedicati alla vicenda, gli investigatori starebbero valutando anche un possibile movente passionale. La circostanza, che non equivale a un’accusa né a una conclusione investigativa, avrebbe spinto chi indaga ad approfondire rapporti privati, eventuali tensioni e situazioni personali che potrebbero aiutare a inquadrare il contesto.

Tra i contatti al vaglio vi sarebbero quelli con un’amica d’infanzia dell’ex sindaco e con il marito della donna. Le verifiche riguardano eventuali attriti, gelosie o altri elementi relazionali che, se riscontrati, potrebbero offrire un movente. Al momento, tuttavia, la ricostruzione resta affidata agli interrogatori e ai successivi riscontri investigativi.

Interrogatori e rapporti da ricostruire

La ricerca della verità passa anche dall’ascolto delle persone che conoscevano la famiglia Di Vita e la realtà di Pietracatella. In un centro di piccole dimensioni, abitudini, frequentazioni e colloqui possono diventare tasselli importanti per stabilire se qualcuno abbia notato cambiamenti, contrasti o circostanze insolite prima del dramma.

Gli investigatori intenderebbero sentire nuovamente anche il parroco del paese, don Stefano. L’obiettivo sarebbe chiarire il contenuto e il contesto di alcuni colloqui riservati, senza attribuire loro un significato preventivo: ogni dichiarazione dovrà essere confrontata con gli altri dati raccolti, dalle testimonianze ai risultati degli esami tecnici.

Il lavoro degli inquirenti è rivolto anche a definire con precisione le tempistiche. Sapere chi fosse presente, chi abbia avuto contatti con l’abitazione e quali fossero le abitudini dei componenti della famiglia può contribuire a delimitare la finestra nella quale il veleno sarebbe stato introdotto o assunto.

La cautela resta centrale. Nel caso ricina, le ipotesi emerse finora necessitano di conferme e non consentono di indicare responsabilità. La Procura di Larino procede mantenendo il riserbo proprio per evitare che informazioni parziali compromettano la tenuta degli accertamenti o alimentino ricostruzioni non supportate da prove.

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